giovedì, 01 maggio 2008
L'incontro tra Rossana Altieri e Angela Mannu fu a dir poco tempestoso. Nessuna delle due voleva stare nello stesso banco insieme all'altra. Angela avrebbe desiderato continuare a frequentare la scuola pubblica; Rossana, dal canto suo, non voleva rinunciare a Marcella, il suo piccolo luogotenente di provata fede. Il cortile ampio e polveroso della scuola del quartiere Santa Croce, situato nella parte alta della città, permetteva agevolmente scontri tra bande rivali in miniatura. I guerrieri si gettavano l'un contro l'altro a testa bassa come torelli giovani, le narici dilatate e sbuffanti e la testa ricoperta di sudore giovane. Era, quell'odore, inconfondibile: di bambino iperattivo, a metà strada tra l'afrore di un nido appena allietato dalla nascita di passerotti e il profumo dell'acqua di colonia che mani di mamma aspergono generosamente sulle teste infantili. I muri dipinti di giallo paglierino delle grandi pareti della scuola pubblica portavano scritti messaggi di guerra. Uno di questi, per l'esattezza Angheleddu morirai, era stato la causa dell'allontanamento di Angela dalla scuola.
Giorgio Angheleddu, quarta elementare, aveva già un accenno di peluria sul labbro superiore e sopraccigli pericolosamente propensi a congiungersi tramite le loro estremità mediali già in età prepubere. Il ragazzo era erede della rinomata macelleria "Angheleddu e F.lli, dal produttore al consumatore". Il padre e gli zii di Giorgio vivevano una realtà a cavallo tra la città e l'ambiente pastorale. Benché gli allevamenti di ovini e suini di cui erano proprietari fossero moderni e in regolala con le numerose norme igienico sanitarie che erano tenuti a rispettare, tutti gli Angheleddu maschi perpetuavano quel complesso codice di regole di vita ereditato da avi nullatenenti e abigeatari prima e allevatori abbienti e distributori all'ingresso e al dettaglio in seguito.
Autrice di quella scritta sul muro della scuola era Angela Mannu: Angela dal tratto deciso, che aveva scritto la A di Angheleddu grande come un ombrellone e il resto del nome con i ghirigori della sua scrittura bambina, inconfondibile agli insegnanti e al direttore didattico. Angheleddu morirai era stato scritto da una mano ferma, rosea e paffuta in un tardo pomeriggio nel cortile di terra rossa della scuola desertica. Anche Giorgio aveva impiegato un battito di ciglia a individuare l'autore della scritta, e la giovane età lo induceva ad applicare il codice dei suoi avi adeguandolo ai tempi. I balenteddi del calibro di Giorgio, per motivi di immaturità ormonale, e che a ogni modo niente avevano a che vedere col neo femminismo applicato alla seconda infanzia, estendevano il codice anche alle fanciulle senza pensarci su due volte. Va detto, a onor del vero, che se gli Angheleddu adulti avessero solo sospettato il qui pro quo del virgulto di casa, ne sarebbero rimasti inorriditi: le donne e i gli uomini fisicamente inferiori non si toccano, e nemmeno, da essi, si accettano le sfide. Rifiutarle sarebbe stato segno di superiorità non solo fisica ma anche morale, e ciò avrebbe accresciuto il prestigio dell’offeso, catalogando immediatamente l’offensore nella categoria delle nullità. Avrebbero comunque impedito quella sequenza di eventi che solo per caso non si era trasformata in tragedia. Ma, per i motivi di cui s'è detto e per via della loro intrinseca muscolarità mentale, i bambini sono esenti da tutti questi rituali che regolano il comportamento degli adulti. Pertanto Giorgio Angheleddu aspettava pazientemente che squillasse la campanella dell'ultima ora di quella tarda mattinata di un novembre pallido. Aspettava, il balenteddu di dieci anni, che la sua mortale nemica di otto anni uscisse dalla scuola per affrontarla in singolar tenzone. Eppure non era sempre stato così. Un tempo che sembrava lontanissimo (ma lontanissimo nella mente dei bambini potrebbe equivalere a una settimana fa) Giorgio e Angela erano stati compagni di giochi e tra loro c'era stata complicità. Entrambi amavano catturare le lucertole e le coccinelle, che riponevano dentro barattoli di vetro affinché i loro occhi curiosi ne potessero studiare il comportamento in cattività. Accadeva sempre, nonostante le cure e le energie profuse, che la livrea delle lucertole diventasse di un verde sempre meno brillante, via via più scuro, fino a far assomigliare gli animaletti a foglie rinsecchite e finalmente fargli rendere l'anima, o chi per essa, al dio degli rettili. Le coccinelle invece iniziavano a colare un liquido arancione dopo essersi trasformate in enfi bottoni brunastri, suscitando espressioni di sorpresa sempre nuove, nonostante la scena fosse stata vissuta innumerevoli volte dai due entomologi in erba. Fu proprio a causa dell'amore per la scienza che l'amicizia si ruppe. In seguito a una discussione circa la proprietà di un barattolo di vetro contenente uno splendido esemplare di mantide religiosa (di dimensioni veramente ragguardevoli) e ciò che rimaneva di un elegante grillo, canterino fino alla notte precedente, Angela e Giorgio ebbero un clamoroso litigio. Si affrontarono in un corpo a corpo nell'arena ufficiale, ovvero il cortile della scuola, all'interno di un cerchio bianco e blu di bambini. La piccola plebe scolastica ululava ora a favore dell'uno ora dell'altra, ma l'incontro finì troppo presto tra la delusione generale. Il ragazzo, forte della sua superiorità fisica contro cui nulla poté l'agilità e la velocità di Angela nello sferrare calci, pugni e graffi, ebbe ben presto la meglio sulla pur battagliera avversaria. Nuvole di polvere rossa incorniciavano i due piccoli gatti selvatici, fino a quando il più robusto Angheleddu non sopraffece Angela, che si trovò spalle a terra con l'ex amico a cavalcioni sulla pancia che le immobilizzava entrambi i polsi, incrociati sopra una testa di capelli ricci e neri.
“Ti arrendi, vero? Dillo che ti arrendi!” le gridò il ragazzino arruffato e trionfante. In quell'istante, che avrebbe ricordato per gli anni a venire, Giorgio esperiva, oltre all'ebbrezza della vittoria, altre sensazioni che ne esasperavano l'aggressività e a cui ancora non sapeva dare un nome. Era evidente che i precoci sommovimenti ormonali non si esprimevano solo con una lieve peluria sul labbro superiore né con sopraccigli già troppo folti e nostalgici che tendevano a diventare un unicum tricotico.
“Allora, scema e cretina, ti arrendi? Chiedimi scusa! Dài, chiedimi scusa e ti lascio libera!”
Una piccola Angela, sporca di polvere mista a sangue per le ferite superficiali che l'attrito con la terra dura procurava alla pelle bambina, gli urlava a sua volta contro e senza paura.
“Ladro e bugiardo! Cacasotto! Quella mantide è mia! E anche quello che rimane del grillo è mio! Li ho acchiappati io, non tu!”
Detto questo distolse lo sguardo rivendicativo da Giorgio e ne rivolse uno assai vendicativo alla plebe scolastica, che seguiva partecipe lo scontro tra i due gladiatori in miniatura.
“Angheleddu è un cacasotto! Ha paura di acchiappare la mantide con le mani! Si schifa, la femminuccia! E anche il grillo, ha paura anche del grillo! L'ho acchiappato io, il grillo: lui ha paura di toccarli, gli animali! Lui, gli animali, li guarda e basta!”
Dalle retrovie di quello che per Giorgio si stava ormai trasformando in un cerchio infernale, si levò, prudente ma abbastanza acuta da poter essere udita dalle folle, una voce bianca di maschietto.
“Ha paura dei grilli? Oh be’, allora chissà che paura gli mettono le pecore di suo padre!”
Alla fine osservazione seguì come un attimo di sospensione del tempo. Giorgio aspettava la reazione dei suoi compagni di scuola, conscio che da questa ne sarebbe uscita illesa o irrimediabilmente danneggiata la sua popolarità, fino ad allora indiscussa, presso le scuole elementari di Santa Croce: come dire il suo mondo. La reazione popolare non si fece aspettare: una risata generale si levò sonora a partire dagli spettatori più dislocati - e pertanto invisibili allo sguardo del balenteddu Giorgio - fino a estendersi a tutta la corolla di bambini bianchi e blu.
Giorgio liberò i polsi di Angela, si alzò e si fece largo con malgarbo tra i suoi compagni con l'intenzione di abbandonare al più presto l'arena. Angela si rimise in piedi a guardare sprezzante l'avversario sconfitto. La vicenda, una banale lite tra bambini, sarebbe finita lì se Giorgio Angheleddu non si fosse voltato mentre percorreva il viale del disonore e non avesse deciso improvvisamente di riversare, lì dov’era e colto da improvvisa incontinenza emotiva, tutta la sua rabbia verso la vera vincitrice dello scontro.
"Tu, tu... Tu sei una brutta... Sei una brutta orfana!"
L'offesa, che più gravi non ce n’erano in quel piccolo mondo e in quel momento, fu recepita da tutti; si fece subito un silenzio carico di aspettativa.
Angela non disse nulla, volse lo sguardo verso il basso e si guardò intorno; poi si chinò e con calma raccolse un ciottolo ben levigato.
Subito dopo il ciottolo raggiunse a velocità più che sostenuta la tempia destra di Giorgio e vi si fermò con un rumore ottuso, come quando si batte su un uovo sodo.
Cadde a terra senza emettere un grido e senza che dalla ferita colasse una goccia di sangue, poi entrò in coma.
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domenica, 23 marzo 2008
Ci si chiederà, memori di apprendimenti acquisiti in corsi di sceneggiatura da dopolavoro, quale sia il significato della miniatura della Madonna del Latte.
Il caso contrario non viene neanche preso in considerazione, nonostante i lettori di questo blog e il gestore stiano mostrando, ultimamente, la medesima scarsa attenzione per i luoghi di ritrovo virtuale.
Il caso vuole che io sia febbricitante, per tre volte nel corso di trenta giorni lavorativi, in un letto di dolore: questo stato patologico o alcuni commenti arguti nel blog "The Cats Will Know", vai a sapere, m'inducono a tornare ancora sulla rigida madonnina.
Diceva, il mio giovane insegnante di sceneggiatura, che se durante la visione di un film avessimo scorto tra le diverse inquadrature, seppur fuggevolmente, quella di una carabina appesa sopra il caminetto, non ci sarebbero stati versi: prima o poi la carabina sarebbe diventata lo strumento tramite il quale la vicenda avrebbe subito una svolta decisiva.
La stessa osservazione si può fare per la scrittura: io stessa ho usato questa regola, prima inconsapevolmente, poi con cognizione di causa fino, appunto, a farne una regola.
Che ne so, la carabina sarebbe stata usata per dirimere una questione di multiproprietà sentimentale o immobiliare, ma comunque sarebbe stata usata.
Da allora sono stata molto attenta, e sono sempre andata al cinema o mi sono accostata alla lettura con una certa apprensione, perché dovevo scorgere l'oggetto, a volte una figura/oggetto di ennesimo piano, che si sarebbe fatta protagonista.
E questo accadeva puntualmente: un soprammobile di cristallo, il garzone brufoloso del benzinaio, un aspirante scrittore senza alcun talento, una vecchia foto sbiadita con viraggio seppia, una falce nel fienile, una serie di cacciaviti di ogni foggia misura nel capanno degli attrezzi, un adolescente minus, un quadro appeso in un soggiorno da milionari in euro o in un tinello da middle class anni '50, una mazza da base ball nella stanza dei ragazzi, un anello senza castone in una scatola di legno laccato, la scocca rossa di un'auto in un cimitero di auto, un nome di donna tatuato sul bicipite di un belloccio prestante.
Sono passati quasi cinquant'anni da quando frequentai il corso dopolavoristico; il mio giovane insegnante di sceneggiatura, sempre che non riposi all'ombra di un cipresso alto e schietto, sarà impegnato a distribuire i soliti oboli in cambio di affetto a nipoti festanti e onnipotenti in virtù di un pugno d'anni di vita vissuta.
In ogni caso, non ho da render conto a lui né ad altri se la Madonna del Latte di madre Florentine, manufatto prezioso e certamente di grande valore pecuniario che farebbe gola a molti, rimarrà sempre al suo posto, appesa alla parete dietro la scrivania della monaca. Non si farà protagonista della vicenda, oppure si: l'importante è che questa non sia una regola.
Del resto, chi detta queste regole e, soprattutto, perché dovrei essere tenuta a rispettarle?
Perché lo dice il manuale del bravo scrittore?
E chi se ne cale?
Io sono una cattiva scrittrice iperpirettica.
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martedì, 12 febbraio 2008
La mattina del 16 aprile del 2001, Cosimo Marras attraversò a passo sostenuto la strada stretta che lo separava da una palazzina dei primi del '900, recentemente restaurata sotto l'attento controllo dell'Intendenza alle Belle Arti del Comune di Mèrulas. Un occhiuto funzionario dell’Intendenza da tempo sorvegliava i borghesi che l’abitavano, accaldati d’estate e freddolosi durante l’inverno, forse a causa di una soffiata di qualche amante del bello che aveva subdorato interventi poco ortodossi sulla bella facciata della casa che dava sulla strada. Così, alla prima sostituzione di un delicato motivo art nouveau con un condizionatore grigio abbellito da una scritta blu, il funzionario intervenne d’autorità. Emanuele Piras, cancelliere presso tribunale di Mèrulas, fu costretto a rimuovere la scatola antiestetica ma ristoratrice e a restaurare a proprie spese il fiore morbido sinuosamente abbracciato a uno stelo dalle foglie a forma di cuore che, in parte, era stato rimosso per il benessere omnistagionale della famiglia Piras.
I componenti di quest’ultima convennero che gli onesti cittadini non erano più padroni in casa loro, sostenuti nella loro convinzione dalla maggior parte degli altri condòmini; alla fine però, poiché tutti erano rispettosi delle leggi, si rassegnarono a sudare in Agosto e a battere i denti a Gennaio.
Cosimo Marras infilò l'elegante portone come chi non ha dubbi sul suo obiettivo. L'ingresso della palazzina liberty era sorvegliata da Augusto Davìda, terzo di una generazione di portinai che aveva scambiato quella pur dignitosa attività per una missione da portare a termine a costo della stessa vita. I cerberi Davìda, esemplari custodi della privacy delle famiglie borghesi che costellavano i quattro piani della palazzina in questione, nulla avevano, nel portamento e nel modo di abbigliarsi, del portinaio dell'immaginario collettivo.
Che, a ben pensarci, non risulta essere nemmeno dello stesso genere: ci si figura, solitamente, una portinaia, preferibilmente attorno ai cinquant’anni. Costei dovrà essere sovrappeso, con ginocchio valgo e polpaccio forte ornato di varici venose contenute in spesse e antiestetiche calze elastiche, vestita di vestaglietta a motivo floreali abbottonata sul davanti; per non dire della ciabatta d'antiquariato.
Ma i Davìda no: i Davìda portavano abiti di lino scuro d'estate e di lana pettinata inglese d'inverno - in quest'ultimo caso con cravatta Regimental - e mai si sarebbero presentati al visitatore in maniche di camicia.
“Buon giorno, dottor Marras”
“Buon giorno a lei, Augusto. Vado dai Lopez”
“Mi spiace dottore, i Lopez mi hanno incaricato di riferirle che saranno assenti per tutta la settimana”
Costui ha i modi di un valletto di Montecitorio, pensò con fastidio Cosimo.
“Saranno assenti, dunque. Per tutta la settimana. Eppure vedo la loro automobile parcheggiata proprio qui davanti: segua il mio dito Augusto. Poi immagini una linea retta che la condurrà, senza stazioni intermedie, all'auto dell'avvocato Lopez”
“Ha ragione, dottore: è proprio l'auto dell'avvocato Lopez. Infatti sono partiti stamane con il SUV della signora”
“Sa una cosa, Augusto? Sono pronto a scommettere che il SUV della signora sia parcheggiato nel garage”
“Non scommetto mai, dottore. Trovo che il gioco d'azzardo sia volgare”
“Le ho mai detto, Augusto, che lei ricorda, nei modi e negli atteggiamenti, un merluzzo surgelato?”
“Certamente, dottore: non più tardi di ieri pomeriggio”
Augusto Davìda non era persona che si potesse espugnare con l'arma impropria della logorrea, alla quale contrapponeva l'eredità di un arsenale di parole inutili maturato in due generazioni di schermaglie verbali con seccatori di ogni misura e qualità.
“Avrebbe niente in contrario se io salissi fino all'appartamento dei Lopez? Così, giusto per accertarmi che siano realmente già partiti?”
“Non ne vedo la necessità, signore: per lei sarebbe certamente un'inutile perdita di tempo”
Cosimo Marras valutò il rapporto di forze tra lui e la terza generazione Davìda, e quest'ultima ne uscì inesorabilmente vincente. Augusto Davìda, aitante quarantenne, nascondeva sotto la camicia perfettamente stirata e la cravatta Regimental, una serie di pettorali e addominali che guizzavano con discrezione, in paziente attesa di entrare in azione al momento opportuno e con la massima coordinazione al fine di fermare - con gentilezza ma con decisione - ogni ospite inviso ai privilegiati condòmini della palazzina: si fosse pure trattato del Governatore in persona. Cosimo trasse le debite conclusioni e decise che il momento non era propizio per avere il chiarimento che andava cercando da giorni con Antonio Lopez.
“La saluto, Augusto. Faccia buona guardia: e non si faccia scrupolo d'abbaiare, qual ora se ne presentasse la necessità”
Augusto gli sorrise d'un sorriso né amichevole né ostile. “Abbia una buona giornata anche lei, dottore”, gli rispose.
La settimana appena trascorsa era passata come un uragano che aveva divelto senza complimenti molte delle certezze sulle quali posava la vita di Cosimo Marras. E l'uragano in questione era stato scatenato proprio da Antonio Lopez, il quale non avrebbe potuto sottrarsi al confronto all'infinito. Prima o poi gli avrebbe dovuto rendere conto del perché, e a quale prezzo, avesse tradito la loro amicizia che risaliva ai tempi del liceo.
Cosimo Marras era originario del quartiere di Preda Torta, sede di un caratteristico mercatino noto per le porcellane e le cere che sbrilluccicavano al sole ogni venerdì mattina. Tra queste primeggiava, maestosa ed elegantissima, “sa pudda toppa” (la gallina zoppa) dei fratelli Dettori, valenti artigiani in forte odore di arte figurativa, divenuta ormai il simbolo del mercatino di Preda Torta.
Cresciuto come un selvaggio all'ombra dell'Orthobene ai cui piedi sorgeva il quartiere, Cosimo, seppur nato nella zona ricca della città, proveniva da una famiglia di mezzi assai limitati. Di sua madre ricordava i bottiglioni di vino bianco da due litri che era solita comperare ogni mattina dal droghiere sotto casa, signor Pompeo Muroni.
“Mi dia due litri di “Staffa e Bobboi” bianco, di quello che costa poco. Tanto mi serve solo per cucinare”, diceva sua madre a un Pompeo tristemente scettico e innamorato silenzioso di quella cliente sottile come un giunco e dall’incarnato rosa cenere.
Tutti i giorni che Dio mandava in terra, a sua madre servivano due litri di vino bianco per cucinare: roba che avrebbe potuto marinare il giusto quantitativo di selvaggina da somministrare a tutto il quartiere per un'intera settimana. Be', in realtà a lei bastavano per una sola giornata. Dalla prima mattina iniziava la sua vita odorosa di vino acido e di sigarette da quattro soldi, intervallati da pochissimo cibo, che l’accompagnavano fino al ritorno dalla scuola di Cosimo e di Angela, la figlia minore.
Cosimo non aveva ricordo di piatti di minestra fumante o di stufati d’agnello su tovaglie di cotone candido alla sua tavola. Ricordava invece fette di mortadella e di pane non tostato e certe mele farinose senza la gentilezza di un piatto a contenerli, posati direttamente sulla fòrmica del tavolo di cucina. Quelle mele color giallo spento gli facevano venire la nausea per come si sbriciolavano tra la lingua e il palato: come palline piccole e insapori di polistirolo, senza provocare quell’ondata di saliva che sembrava essere prodotta già zuccherina dalle ghiandole salivari non appena il gusto della mela croccante a polpa compatta e dolce raggiungeva le papille gustative. Spesso lui e Angela pranzavano con pane, nutella e un bicchiere di latte davanti alla tv, perché la mamma non stava tanto bene e aveva bisogno di stendersi un attimo sul letto. A Cosimo e Angela non dispiaceva vivere in quel modo, senza nessuno che li controllasse o che imponesse regole da rispettare. La mamma si distendeva sul letto, in compagnia dei suoi amici Staffa e Bobboi e delle sue sigarette da due soldi, e l’attimo durava fino al tardo pomeriggio.
La svegliava il marito di ritorno dal lavoro dalla petrolchimica di Malàna, in cui produceva senza sosta e senza fantasia semilavorati di cui ignorava la provenienza e del cui futuro, con altrettanta determinazione, si disinteressava: sia che fossero destinati a trattamenti termici di stabilimenti o case di comune abitazione oppure all’industria navale, sia che fossero destinati a rosso per labbra di stilisti alla moda o a diventare eccipienti o principi attivi di farmaci salvavita.
Pompeo sentiva il cuore che gli si ritirava nel petto non appena la vedeva varcare la soglia del piccolo ma fornitissimo negozio, che da anni resisteva indefesso all’attacco dei megamarket che sorgevano come funghi e che avevano raggiunto persino i villaggi del più selvaggio interno, quelli che contavano cinquecento anime comprese quelle innocenti dei capi ovini e bovini. Pompeo era uomo di grande disciplina e notevole iniziativa, che attraverso una gestione prussiana dell'esercizio commerciale di cui era proprietario insieme a un fratello trasparente, navigava senza tema nelle acque malsicure di quel terziario improduttivo che era la colonna portante dell'economia cittadina. Erano acque, quelle, in cui parecchi intrepidi ma non attrezzati a confrontarsi con il nuovo stato delle cose, erano stati inghiottiti dai marosi della concorrenza, senza che dal naufragio si salvassero suppellettili o cianfrusaglie, ancorché di scarso valore, da poter suddividere tra gli eredi superstiti.
“Tanto mi serve solo per cucinare", diceva tutte le mattine Assunta Marras a Pompeo Mancosu. E ogni mattina lui taceva, con la massima professionalità e una tristezza solo apparentemente rassegnata ma che invece gli sconquassava i sonaglini del cuore. Questi iniziavano a vibrare non appena lei varcava la soglia del suo negozio e raggiungevano l'acme in una musica disordinata quando se la sentiva accanto: che se quella musica fosse stata udibile all'orecchio umano e non soltanto a quello dei cani e dei gatti privilegiati che popolavano numerosi il quartiere, sarebbe stata certamente notata da qualche compositore creativo e somministrata, tramite cd costosi, solo ad animi sensibili e intelletti dotati.
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domenica, 20 gennaio 2008
Volevo il cavallino bianco con il pennacchio azzurro, la sella cremisi e i finimenti dorati. Mi sembrava ondeggiasse più in alto di tutti gli altri. Mio padre mi teneva per mano e io ero contenta. Avevo sei anni e una madre che aveva in orrore oltrepassare l’uscio di casa. Mio padre era un uomo piccolo, con le spalle strette e un lavoro noioso. Si occupava di tutto, preparava da mangiare e la sera controllava i miei compiti. Era sempre di buon umore e non si lamentava mai della sua vita che, a posteriori, mi sembra veramente grama. Quando giunse il mio turno mi issò in groppa al mio Campione, assicurandosi che infilassi i piedi nelle staffe e stringessi le redini d’oro. Provai, allora, un sentimento simile alla felicità terrena. Poco prima che la piattaforma prendesse a girare, un uomo mi afferrò e senza dire una parola mi spostò su una vezzosa cavallina dalle ciglia lunghissime dipinte sugli occhi smaltati di blu. Quindi sistemò sul Campione la sua bambina, che mi gettò uno sguardo di sfida. La giostra prese a girare e io piansi silenziosamente.
Al primo giro vidi mio padre che parlava, rispettosamente curvo, col padre dell’usurpatrice. All’umiliazione si aggiunse altra umiliazione.
Al secondo giro vidi il corpulento genitore che gesticolava verso mio padre come se volesse scacciare una mosca dalla sua minestra. Credo che, allora, mi sentii morire.
Al terzo giro vidi mio padre, con quei suoi abiti da travet e ritto come un manico di scopa, che si massaggiava le nocche della mano sinistra.
Non vidi più, invece, il genitore arrogante: ma solo perché non abbassai lo sguardo. Il giro in giostra finì, mio padre mi fece scendere dalla cavallina vezzosa e mi tenne in braccio.
“Andiamo a comperare lo zucchero filato”, mi disse.
Amavo mio padre. È stato il primo uomo a battersi per me.
Sul blog di Barbara Garlaschelli , nella rubrica CORTO SI PUO' FARE.
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venerdì, 18 gennaio 2008
Questo racconto è il terzo paragrafo del primo capitolo del romanzo "Baffi di cacao", edito da IRIS Edizioni e passato incredibilmente inosservato dai massimi critici letterari del Paese (manica di incompetenti cialtroni al soldo della grande editoria!). Fa mostra di sé presso l' "Osteria di Amalia" - stravagante blog che pare chiuda improrogabilmente entro il 28 febbraio del corrente anno - in compagnia di altri racconti del miglior artigianato letterario virtuale e cartaceo. Sono pertanto assai grata al Cyb per avermi invitato a parteciparvicisi.
Per non dire della spudorata possibilità di parlare ancora di "Baffi di cacao".
*Nota:
Cristhian è scritto in maniera errata per insindacabile decisione dell'Autrice, cioè di me stessa medesima. (In realtà esiste un motivo ben preciso per tale insulto all'ortografia, ma non viene spiegato in questo paragrafo: ma poi, è così importante? Avanti, poche storie: lèggete)
Cristhian aveva iniziato la precedente giornata, come spesso gli accadeva, al bar Amsicora, tempio del suo primo caffè e della consueta consultazione della pagina delle offerte di lavoro sul quotidiano locale messo gentilmente a disposizione da Lucio Berte.
Seduto al primo della lunga fila di tavolini rettangolari addossati alla parete, vicino all’ingresso del bar, scorreva pigramente e con lentezza la fila di “AAA Offresi”, utilizzando allo scopo l’indice della mano destra, mentre con la sinistra portava alle labbra il caffè in tazza grande, a intervalli relativamente brevi, aspirando senza alcun rumore il corroborante liquido.
Arrivava, con l’indice ormai nero d’inchiostro, fino all’ultima offerta nell’ultima colonna in basso a destra, limite che segnava la fine di quel rito giornaliero e che coincideva quasi sempre con la definitiva epifania del fondo bianco e bombato della tazza grande, finalmente liberato dall’ultima goccia di caffè.
Come di consueto, anche quel giorno era stato costretto a rilevare una straordinaria penuria di richieste di direttori di banca e dirigenti d’azienda. In particolare, era del tutto assente l’offerta di posizioni apicali per giovani che come lui, anche se sprovvisti di qualsivoglia specializzazione, erano pur sempre in possesso di un diploma di maturità conseguito in un istituto per ragionieri con 37/60 di voto finale.
A vederlo lì, seduto al “suo” tavolino, con gli occhi fissi sugli annunci economici di un giornale preso in prestito, il giovane rivelava anche all’occhio meno sensibile l’ossimoro della sua chiara indefinitezza: Cristhian dai contorni sfumati, abbozzati com’erano soltanto dall’abbondante dose giornaliera di fatalismo e rassegnazione che gli era ormai necessaria come la dose di caffeina per poter arrivare alla fine della giornata e, al rientro a casa, affrontare babbo e mamma
Che non erano cattivi, no davvero.
La tolleranza e l’affetto di babbo impiegato e di mamma casalinga, con secondogenito ultratrentenne ancora a carico a fronte di una figlia maggiore ben sistemata da anni e affettivamente nonché professionalmente realizzata, presentavano però i tratti di un’irrisolvibile ambivalenza. Da una parte si traducevano in un indubbio conforto, oltre che in benefici concreti e irrinunciabili come un tetto sulla testa, la biancheria pulita e la possibilità di consumare regolarmente pasti caldi. Dall’altra, però, quell’oblativa disponibilità non ricambiata da altra attività che quella di compulsare improbabili offerte di lavoro, gravava sul giovane virgulto come una montagna di asciugamani umidi.
Era così, infatti, che il giovane immaginava il peso del suo fallimento: come quello di una montagna di teli di spugna dopo l’uso, intrisi d’umidore tiepido e di odore greve. E lui sotto, imprigionato, schiacciato, incapace di far entrare l’aria nei polmoni collassati.
Ci viveva, Cristhian, al bar Amsicora, strategicamente situato ai margini del centro storico: lì faceva colazione, consumava un tramezzino a pranzo, diverse birre nel tardo pomeriggio – alternate sapientemente a super alcolici quando la depressione superava il livello di guardia – e se ne tornava a casa quando Lucio Berte, il proprietario, iniziava ad accendere e spegnere le luci del locale, segnale inequivocabile per invitare l’utente riottoso e triste a tornarsene in seno alla famiglia.
Durante quella mattinata, Cristhian aveva prestato orecchio – anch’esso peraltro disoccupato – ai discorsi da prima colazione di alcuni avventori, un gruppo di giovani impiegati di banca seduti al tavolo accanto al suo. Quello che sembrava essere il più giovane raccontava le vicende di certe vecchie zie alle sue compagne di cornetto e marocchino, una delle quali esibiva due serpentelli bluastri tatuati sui malleoli esterni, con l’evidente scopo di indurre gli sguardi a indugiare su caviglie apprezzabilmente slanciate e già valorizzate da tacchi altissimi,
Le zie geronti, più ricche di Creso, stando a quel che raccontava il tizio, gestivano con grande oculatezza e creatività un’avviata impresa tessile che produceva tappeti di lana ornati di colori vivaci e naturali, oltremodo apprezzati. Tutto ciò avveniva lontano, nella Capitale, dove le vecchiette avevano portato le tinte forti dell’interno dell’Isola e le avevano riversate nelle loro creazioni. Capelli alla moda, sfumati d’argento azzurrino, e pugno d’acciaio negli affari, il gruppetto delle zie pareva non avesse alcuna intenzione di cedere le redini della fiorente impresa al giovane impiegato di banca. Che, a sentire i rintocchi della sua campana, era l’unico adorato nipote nonché erede delle ricche vegliarde.
Le compagne di brioche e cappuccino lo schernivano, considerandone le aspettative perlomeno premature, se non proprio vane, e paragonandolo a quel certo cavallo che campa mentre l’erba cresce.
Era soprattutto la giovane dalle caviglie serpentate a infierire con le sue risate, ripetendo all’impiegato en attendant che le zie, tempra d’acciaio, avrebbero certamente seppellito con un funerale da due soldi lui e tutte le sue aspirazioni di godere senza sforzo alcuno di una ricchezza caduta dal cielo e della scalata sociale che ne sarebbe conseguita. Cristhian era talmente abituato a osservare le persone e a coglierne il carattere dalla postura, da un’espressione del volto, dal tono della voce o dal modo di ridere, che non stentò a tracciare accurati profili degli occupanti del tavolo vicino. Il proprietario in data da destinarsi dell’impresa tessile aveva una passione spropositata, ai limiti della dipendenza sessuale, per Miss Caviglie serpentate. Quest’ultima gli concedeva occasionali e sporadiche botte di sesso, giusto per dargli a intendere che presto la loro storia avrebbe vissuto una svolta importante. La fumosa promessa affettiva le garantiva, in tal modo, un cavalier servente sempre disponibile per le occasioni più disparate, come cambiare una gomma dell’auto al chilometro 76 della Strada Statale 131 – tratto che, secondo la Società Geografica Internazionale, ha un tasso di frequentazione umana pari a quello del quadrante sud-orientale del Deserto dei Gobi tra mezzogiorno e l’una in un giorno di piena estate – o svuotare la cantina dalle carabattole di una nonna che in vita non aveva mai, ma proprio mai buttato alcunché, neppure un nocciolo di nespola sputato.
Al banco, stazionava un altro composito e promiscuo gruppo di mattinieri. Discettavano circa l’opportunità politica ed economica della recente introduzione di una supertassa regionale sui beni di lusso a carico dei ricchi visitatori dell’Isola.
Una tizia con un abito leggero a fiori, un po’ azzardato per il clima ancora freddo, reiterava tristemente “Ma se poi non tornassero…”, dando così voce alla preoccupazione che la prospettiva di sborsare i quindicimila euro previsti per l’attracco di barche superiori ai sessanta metri avrebbe potuto indurre il sultano del Brunei e altrettanti ricchissimi nababbi a disertare, non fosse altro che per dispetto, le celeberrime coste nord-orientali dell’Isola, conducendo in altri mari i loro transatlantici da diporto.
L’economia, sosteneva la donna in sottoveste a fiori, ne avrebbe risentito fortemente, ché il turismo era una delle voci più importanti, se non la prima, degli introiti isolani.
Gli articolati ragionamenti dei suoi compagni di ristoro non la smossero di un millimetro dalla sua ostinata posizione: alcuni sostenevano con certezza assoluta, come se facessero parte dell’entourage del sultano, che le stive della nave erano stipate di ogni ben di Dio, anzi di Allah, dai generi di lusso a quelli di utilizzo quotidiano. E, quasi a conferire una maggior credibilità al loro argomentare, non risparmiavano i dettagli, raccontando di Tir di carta igienica triplo strato made in Brunei accanto a tonnellate di freschissimo caviale Beluga Molossol sotto vetro e ghiaccio, proprio come se li avessero visti con i loro occhi.
Altri sostenevano che perfino i mozzi di bordo dovessero essere plurilaureati a Oxford, giacché per essere assunti dall’esotico Paperone era richiesta la conoscenza perfetta di almeno quattro lingue, al fine di soddisfare d’emblèe e senza equivoci le necessità dell’ospite cosmopolita. Il possesso di questa condizione, peraltro, tagliava fuori da ogni possibile speranza di impiego presso il sultano proprio i sardi, che di lingue ne parlavano due, quando conoscevano l’italiano.
Quelli più bon vivant sostenevano che nemmeno quando il principe sultano scendeva a terra con il suo seguito di cinquanta persone lasciava un soldo nell’Isola: ché le mete erano locali notturni o gioiellerie o ristoranti di proprietà di multinazionali svizzere o americane o, al più, di imprenditori di Milano o geometri di Cuneo.
Per tutta la discussione, durata molte birre, un paio di tassicheddas di abba ardente (ché l’ora era troppo giovane), e tre martini bianchi con fetta di limone, la tizia in sottoveste fiorita – che l’occhio esercitato di Cristhian inquadrò subito come impiegata a tempo determinato in un call center e assidua frequentatrice di palestra – mormorò per una dozzina di volte: “Ma se poi non tornassero…”, senza riuscire a dar corpo a questa inspiegabile nostalgia verso vite, culture e ricchezze oltremodo lontane dalla sua realtà, ma non evidentemente dai suoi sogni.
Così Cristhian passava gran parte del suo tempo, che l’osservatore distratto o superficiale avrebbe potuto definire con ragionevole proprietà tempo perduto, del genere per il quale, però, non vale davvero la pena di mettersi alla ricerca.
Come tutte le sere, l’aroma della pipa di suo padre raggiungeva le sue narici attraverso la sottile fessura tra la porta d’ingresso e il pavimento, quando ancora la chiave girava nella toppa per aprire la porta di casa. Quel fumo era diventato ormai, per il suo naso, peggio dei vapori mefitici esalati da una discarica abusiva di rifiuti tossici.
Fu in quel momento che il pensiero attraversò veloce la sua mente e lo portò a casa di Sam.
“Ma se poi non tornassi…”
Fu così che sfilò le chiavi dalla toppa e le mise con cura tra il vaso del tronchetto della felicità e il sottovaso che l’ospitava, sua madre non sopportava che l’acqua invadesse il pianerottolo. Scese le scale velocemente e si trovò per strada.
Quindi, come tutti i fuggiaschi all’inizio della loro fuga, si avviò intrepido con passo rapido e deciso nella notte.
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giovedì, 17 gennaio 2008
Sciura Pina ha pensato bene di nominarmi per il “Thinking Blogger Award": e io che pensavo che in questo postaccio mal frequentato non s'affacciasse mai. Ella, infatti, ha un modo di scrivere soft e quasi minimalista, nonché la capacità di farti arrivare fino in fondo al suo post. A me questo succede solo coi miei tre irriducibili lettori, e anche loro, ingrati, mi tacciano di ridondanza.
Magari hanno ragione.
Comunque mi sono recata ( ciao, malacconcio) su diversi blog allo scopo di capire cos'è il "Thinking Blogger Award": si tratta di segnalare quei blog “che fanno pensare”.
Ringrazio la Sciura perchè mi piace pensare che Ella venga costì, mi legga zittazitta e chetacheta e poi, addirittura, ci ragioni sopra. Si sa, chi scrive è assai vanesio e anela che gli alltri gli dedichino il loro prezioso tempo: che ne so, magari sottraendolo alla visione su Skay di "Porno, un affare di famiglia" e/o "Amici di Maria".
Le regole per partecipare a questa iniziativa sono poche e semplici, e hanno il vantaggio di farvi scoprire blog sconosciuti nei quali invece vale la pena imbattersi:
* Partecipare se si è stati nominati.
* Lasciare un link al post originario inglese
* Inserire nel post il logo del “Thinking blogger award”.
* Indicare i blog che fanno pensare.
Io segnalo questi blog che, per motivi tra i più disparati, mi portano spesso a leggerli:
Herzog
GiuseppeMerico
Matteo'sBlog
ComeCampaMattia
CloridratoDiSviluppina
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