giovedì, 01 maggio 2008
L'incontro tra Rossana Altieri e Angela Mannu fu a dir poco tempestoso. Nessuna delle due voleva stare nello stesso banco insieme all'altra. Angela avrebbe desiderato continuare a frequentare la scuola pubblica; Rossana, dal canto suo, non voleva rinunciare a Marcella, il suo piccolo luogotenente di provata fede. Il cortile ampio e polveroso della scuola del quartiere Santa Croce, situato nella parte alta della città, permetteva agevolmente scontri tra bande rivali in miniatura. I guerrieri si gettavano l'un contro l'altro a testa bassa come torelli giovani, le narici dilatate e sbuffanti e la testa ricoperta di sudore giovane. Era, quell'odore, inconfondibile: di bambino iperattivo, a metà strada tra l'afrore di un nido appena allietato dalla nascita di passerotti e il profumo dell'acqua di colonia che mani di mamma aspergono generosamente sulle teste infantili. I muri dipinti di giallo paglierino delle grandi pareti della scuola pubblica portavano scritti messaggi di guerra. Uno di questi, per l'esattezza Angheleddu morirai, era stato la causa dell'allontanamento di Angela dalla scuola.
Giorgio Angheleddu, quarta elementare, aveva già un accenno di peluria sul labbro superiore e sopraccigli pericolosamente propensi a congiungersi tramite le loro estremità mediali già in età prepubere. Il ragazzo era erede della rinomata macelleria "Angheleddu e F.lli, dal produttore al consumatore". Il padre e gli zii di Giorgio vivevano una realtà a cavallo tra la città e l'ambiente pastorale. Benché gli allevamenti di ovini e suini di cui erano proprietari fossero moderni e in regolala con le numerose norme igienico sanitarie che erano tenuti a rispettare, tutti gli Angheleddu maschi perpetuavano quel complesso codice di regole di vita ereditato da avi nullatenenti e abigeatari prima e allevatori abbienti e distributori all'ingresso e al dettaglio in seguito.
Autrice di quella scritta sul muro della scuola era Angela Mannu: Angela dal tratto deciso, che aveva scritto la A di Angheleddu grande come un ombrellone e il resto del nome con i ghirigori della sua scrittura bambina, inconfondibile agli insegnanti e al direttore didattico. Angheleddu morirai era stato scritto da una mano ferma, rosea e paffuta in un tardo pomeriggio nel cortile di terra rossa della scuola desertica. Anche Giorgio aveva impiegato un battito di ciglia a individuare l'autore della scritta, e la giovane età lo induceva ad applicare il codice dei suoi avi adeguandolo ai tempi. I balenteddi del calibro di Giorgio, per motivi di immaturità ormonale, e che a ogni modo niente avevano a che vedere col neo femminismo applicato alla seconda infanzia, estendevano il codice anche alle fanciulle senza pensarci su due volte. Va detto, a onor del vero, che se gli Angheleddu adulti avessero solo sospettato il qui pro quo del virgulto di casa, ne sarebbero rimasti inorriditi: le donne e i gli uomini fisicamente inferiori non si toccano, e nemmeno, da essi, si accettano le sfide. Rifiutarle sarebbe stato segno di superiorità non solo fisica ma anche morale, e ciò avrebbe accresciuto il prestigio dell’offeso, catalogando immediatamente l’offensore nella categoria delle nullità. Avrebbero comunque impedito quella sequenza di eventi che solo per caso non si era trasformata in tragedia. Ma, per i motivi di cui s'è detto e per via della loro intrinseca muscolarità mentale, i bambini sono esenti da tutti questi rituali che regolano il comportamento degli adulti. Pertanto Giorgio Angheleddu aspettava pazientemente che squillasse la campanella dell'ultima ora di quella tarda mattinata di un novembre pallido. Aspettava, il balenteddu di dieci anni, che la sua mortale nemica di otto anni uscisse dalla scuola per affrontarla in singolar tenzone. Eppure non era sempre stato così. Un tempo che sembrava lontanissimo (ma lontanissimo nella mente dei bambini potrebbe equivalere a una settimana fa) Giorgio e Angela erano stati compagni di giochi e tra loro c'era stata complicità. Entrambi amavano catturare le lucertole e le coccinelle, che riponevano dentro barattoli di vetro affinché i loro occhi curiosi ne potessero studiare il comportamento in cattività. Accadeva sempre, nonostante le cure e le energie profuse, che la livrea delle lucertole diventasse di un verde sempre meno brillante, via via più scuro, fino a far assomigliare gli animaletti a foglie rinsecchite e finalmente fargli rendere l'anima, o chi per essa, al dio degli rettili. Le coccinelle invece iniziavano a colare un liquido arancione dopo essersi trasformate in enfi bottoni brunastri, suscitando espressioni di sorpresa sempre nuove, nonostante la scena fosse stata vissuta innumerevoli volte dai due entomologi in erba. Fu proprio a causa dell'amore per la scienza che l'amicizia si ruppe. In seguito a una discussione circa la proprietà di un barattolo di vetro contenente uno splendido esemplare di mantide religiosa (di dimensioni veramente ragguardevoli) e ciò che rimaneva di un elegante grillo, canterino fino alla notte precedente, Angela e Giorgio ebbero un clamoroso litigio. Si affrontarono in un corpo a corpo nell'arena ufficiale, ovvero il cortile della scuola, all'interno di un cerchio bianco e blu di bambini. La piccola plebe scolastica ululava ora a favore dell'uno ora dell'altra, ma l'incontro finì troppo presto tra la delusione generale. Il ragazzo, forte della sua superiorità fisica contro cui nulla poté l'agilità e la velocità di Angela nello sferrare calci, pugni e graffi, ebbe ben presto la meglio sulla pur battagliera avversaria. Nuvole di polvere rossa incorniciavano i due piccoli gatti selvatici, fino a quando il più robusto Angheleddu non sopraffece Angela, che si trovò spalle a terra con l'ex amico a cavalcioni sulla pancia che le immobilizzava entrambi i polsi, incrociati sopra una testa di capelli ricci e neri.
“Ti arrendi, vero? Dillo che ti arrendi!” le gridò il ragazzino arruffato e trionfante. In quell'istante, che avrebbe ricordato per gli anni a venire, Giorgio esperiva, oltre all'ebbrezza della vittoria, altre sensazioni che ne esasperavano l'aggressività e a cui ancora non sapeva dare un nome. Era evidente che i precoci sommovimenti ormonali non si esprimevano solo con una lieve peluria sul labbro superiore né con sopraccigli già troppo folti e nostalgici che tendevano a diventare un unicum tricotico.
“Allora, scema e cretina, ti arrendi? Chiedimi scusa! Dài, chiedimi scusa e ti lascio libera!”
Una piccola Angela, sporca di polvere mista a sangue per le ferite superficiali che l'attrito con la terra dura procurava alla pelle bambina, gli urlava a sua volta contro e senza paura.
“Ladro e bugiardo! Cacasotto! Quella mantide è mia! E anche quello che rimane del grillo è mio! Li ho acchiappati io, non tu!”
Detto questo distolse lo sguardo rivendicativo da Giorgio e ne rivolse uno assai vendicativo alla plebe scolastica, che seguiva partecipe lo scontro tra i due gladiatori in miniatura.
“Angheleddu è un cacasotto! Ha paura di acchiappare la mantide con le mani! Si schifa, la femminuccia! E anche il grillo, ha paura anche del grillo! L'ho acchiappato io, il grillo: lui ha paura di toccarli, gli animali! Lui, gli animali, li guarda e basta!”
Dalle retrovie di quello che per Giorgio si stava ormai trasformando in un cerchio infernale, si levò, prudente ma abbastanza acuta da poter essere udita dalle folle, una voce bianca di maschietto.
“Ha paura dei grilli? Oh be’, allora chissà che paura gli mettono le pecore di suo padre!”
Alla fine osservazione seguì come un attimo di sospensione del tempo. Giorgio aspettava la reazione dei suoi compagni di scuola, conscio che da questa ne sarebbe uscita illesa o irrimediabilmente danneggiata la sua popolarità, fino ad allora indiscussa, presso le scuole elementari di Santa Croce: come dire il suo mondo. La reazione popolare non si fece aspettare: una risata generale si levò sonora a partire dagli spettatori più dislocati - e pertanto invisibili allo sguardo del balenteddu Giorgio - fino a estendersi a tutta la corolla di bambini bianchi e blu.
Giorgio liberò i polsi di Angela, si alzò e si fece largo con malgarbo tra i suoi compagni con l'intenzione di abbandonare al più presto l'arena. Angela si rimise in piedi a guardare sprezzante l'avversario sconfitto. La vicenda, una banale lite tra bambini, sarebbe finita lì se Giorgio Angheleddu non si fosse voltato mentre percorreva il viale del disonore e non avesse deciso improvvisamente di riversare, lì dov’era e colto da improvvisa incontinenza emotiva, tutta la sua rabbia verso la vera vincitrice dello scontro.
"Tu, tu... Tu sei una brutta... Sei una brutta orfana!"
L'offesa, che più gravi non ce n’erano in quel piccolo mondo e in quel momento, fu recepita da tutti; si fece subito un silenzio carico di aspettativa.
Angela non disse nulla, volse lo sguardo verso il basso e si guardò intorno; poi si chinò e con calma raccolse un ciottolo ben levigato.
Subito dopo il ciottolo raggiunse a velocità più che sostenuta la tempia destra di Giorgio e vi si fermò con un rumore ottuso, come quando si batte su un uovo sodo.
Cadde a terra senza emettere un grido e senza che dalla ferita colasse una goccia di sangue, poi entrò in coma.
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viaggi di carta,
una sola volta nella vita
sabato, 15 marzo 2008
"Vieni avanti, Rossana. Non aver paura."
Rossana, dopo aver bussato alla porta di Madre Florentine e averne ricevuto in risposta un avanti, non si decideva a entrare nello studio della direttrice. E rimaneva così, la piccola mano che impugnava la maniglia d'ottone fino a far diventare le nocche come di cera, il grembiulino vaporoso metà dentro e metà fuori lo studio. Un piedino che calzava una scarpa destra di vernice nera calpestava già il pavimento dello studio; l'altro si trovava ancora nel corridoio, ancora indeciso tra le opzioni “combatti o fuggi”.
"Avanti, Rossana: di che hai paura cara? Vieni a sederti qui, vicino a me", disse Madre Florentine con voce dolce e paziente.
Rossana si chiese se tzia Maria Antonia, la bidella spiona della scuola, avesse già spifferato alle suore che il traffico era ricominciato.
Rossana Altieri possedeva dolciumi e piccoli giocattoli più di qualsiasi altra bambina delle scuole elementari del Sacré Coeur. Le altre allieve ne subivano il fascino in maniera così evidente da non riuscire a trattenersi dall'omaggiare giornalmente la piccola dea, la quale benevolmente accettava petit four di mandorle e innumerevoli pinocchietti e pelouches. Rossana si era circondata di una piccola corte di preferite, completamente allocchite, che ritenevano un onore appartenere alla ristretta cerchia. Costoro la esoneravano dal trasportare la sua cartellina durante il tragitto da casa a scuola e viceversa. Come una piccola principessa la liberavano del paltò col colletto e la martingala di velluto blu sbottonandole con cura ogni singolo bottone, mentre lei stava i piedi a braccia larghe come un cristo in croce. Poi lo appendevano nel suo armadietto, e infine ripiegavano anche la cuffia e la sciarpa di lana morbida e color panna.
La riempivano di baci, baci umidi di bambini. Come lumachine le lasciavano saliva sulle guance, sulla fronte: le stampavano certi bacioni in bocca il cui schiocco, come il rumore di un sasso contro l'altro, faceva vibrare dolorosamente le membrane timpaniche giovani.
Dotata per il disegno, ogni mattina, espletate le normali pratiche giornaliere di servaggio consenziente, Rossana toglieva fuori dalla sua cartella un disegno, eseguito a cera su carta di Fabriano: ora un fiore, ora un albero, ora una sirena, ma ogni foglio era sempre un'esplosione di colori. Era il segnale: le piccole possedute cadevano in una sorta di delirio collettivo, e prendevano a baciare ora il foglio di carta di Fabriano, ora le guance rosee e tonde di Rossana. Rossana odiava il contatto fisico con chiunque, ma quello era il dazio da pagare: le tasche del suo grembiulino, tra un bacio e l'altro, si riempivano di animaletti di legno, di burattini di cartapesta con le articolazioni snodate, di mandorle glassate e di stelline di marzapane. L'inesperienza dovuta alla giovane età - era completamente incapace di gestire l'entusiasmo ai limiti del deliquio che suscitava nelle folle in miniatura - allertarono ben presto le occhiute suorine del Sacré Coeur, che ritennero opportuno convocare i genitori. Suo padre fu particolarmente severo con lei, e questo la fece molto soffrire.
“Bambina, hai una grande dote: sai farti ascoltare dagli altri. Ma la stai utilizzando nel modo sbagliato”, le disse il dottor Altieri.
“Perché, babbo? A me piacciono i dolci e i giocattoli!”
“Non puoi averli in questo modo, bambina: non ti appartengono e, soprattutto, non fai nulla per meritarli”, le rispose saggiamente il padre.
“Non faccio nulla? Mi faccio portare la borsa fino a casa! Mi faccio appendere il capotto nel mio armadietto! Questo è nulla, babbo?”
Madre Florentine sbiancò in volto; il dottor Altieri iniziò a chiedersi che razza di serpe si stesse allevando in seno; la signora Altieri continuò a pensare alla settimana bianca che l'aspettava nella loro casa di Monte Lughente.
Il bel volto di Rossana diventava cianotico mentre continuava a gridare.
“Non faccio nulla? Non faccio nulla, quindi? Mi baciano in continuazione, mi baciano sempre! Mi fa proprio schifo essere baciata, davvero: ma loro mi baciano! Mi baciano sempre!”, ripeteva ormai prossima al pianto isterico senza lacrime.
Madre Florentine la prese per le spalle e avvicinò il suo volto a quello di Rossana. I lineamenti della suora sembravano più sottili e definiti che mai, il volto senza età e gli occhi dall'iride bionda striata di pagliuzze color rame cercavano l'attenzione della bambina.
“Questa storia deve finire, Rossana, da questo momento in poi. Se verrò a sapere che hai accettato un giocattolo o un dolce da una sola bambina, sarai punita severamente”
Rossana aveva gli occhi bassi, invano Madre Florentine cercava di fissarli nei suoi.
Suo padre pensava di essere ancora in tempo a raddrizzare il giovane virgulto che già si piegava ai venti della vanità e della voracità, e ringraziava il cielo d'essere incappato nelle suorine.
Sua madre guardava l'orologio timorosa di far tardi all'appuntamento con la pettinatrice e pensava di non poterne oltre di tutte quelle storie per un affare di bambine trattato alla stregua di un affare di Stato.
Ebbe modo di constatare, negli anni a venire, di aver sottovalutato la faccenda.
“Guardami negli occhi, bambina”, disse Madre Florentine a Rossana, che scegliendo la tattica della resistenza passiva era morbida e come un peso morto tra le braccia della suora.
“Prometti, avanti”, insisteva quest'ultima con pazienza.
“Loro sono contente così! Loro sono contente così! " prese a gridare la bambina, e fu una scoperta quanto fiato riuscisse a uscire da quella graziosa bocca di rosa. I genitori la guardavano impietriti dalla sorpresa.
Madre Florentine osservò per un po' il faringe e due tonsille immuni da infezioni, poi colpì con uno schiaffo Rossana, che immediatamente smise di urlare. Finalmente le loro iridi si incontrarono, si fusero in un attimo all'acme della tempesta, e si capirono immediatamente.
Il lungo silenzio che seguì disse molte cose; il dottor Altieri e signora non ritennero opportuno interromperlo.
“Allora, bambina, cosa decidi? Rimarrai ancora a lungo sulla porta o entrerai prima che suoni il campanello di fine lezione: approssimativamente, diciamo, tra 25 minuti?”
Rossana non capiva Madre Florentine, diceva delle cose senza senso. Non giungeva subito allo scopo, prima aveva la necessità di utilizzare un sacco di parole inutili; lei, invece, amava le persone semplici, le cui intenzioni erano chiare come la cima di Monte Lughente in una giornata azzurra d'estate. Nutriva, verso la suora, una sorta di timore reverenziale: ne sentiva istintivamente l’autorità che emanava dalla sua persona. Madre Florentine era alta e magra; portava, come tutte le consorelle del suo ordine, un abito viola ricoperto da uno scapolare e un mantello color cenere, allo stesso modo dei frati domenicani. L'abito copriva la gamba fino a metà del polpaccio, ricoperto da calze spesse di un color viola più scuro dell'abito; il capo era invece ricoperto da un velo dello stesso color cenere dello scapolare, e tutte calzavano gli stessi mocassini neri senza tacco.
Madre Florentine era di una bellezza atletica e senza età, fuori dai canoni per il suo tempo di curve morbide e spalle cadenti occultate da tailleur con spalline imbottite per supplire a cingoli muscolari deboli, dovuti alla mancanza d'esercizio fisico delle donne della sua generazione. Florentine aveva vissuto la sua giovinezza in una vallata attraversata da un fiume che sembrava non finire mai, disseminata di castelli di fate e principesse, dove poteva scegliere se cavalcare uno dei cavalli del maneggio oppure allenarsi in uno dei numerosi campi da tennis della proprietà di suo padre.
Rossana scambiava questa diversità per bruttezza, e una chiazza di vitiligine dalla curiosa forma di pipistrello, che occupava il centro della fronte della monaca, contribuiva a rinsaldare le certezze della bambina: Madre Florentine era cattiva e fortissima, e lei avrebbe fatto bene a non contrariarla.
Finalmente Rossana si sedette su una sedia dallo scheletro di legno, imbottita e ricoperta di un tessuto rosso e lucente, come damascato. Guardò, in attesa, la direttrice che sedeva dall'altro lato di una scrivania dal piano di cristallo che sembrava grandissima.
“L'anno scolastico è ormai iniziato da tempo, ma tu sei la prima a sapere che presto arriverà una bambina nuova. Una bambina che sarà nella tua classe"
Rossana si sentì, senza sapere perché, privilegiata per essere venuta a conoscenza della notizia riservata. Assunse la posizione d'ascolto molto interessato: collo teso in avanti e palpebre che sbattevano sugli occhioni verdi tre volte più velocemente che in condizioni di norma.
“E' una bambina che viene da un'altra scuola. Sai, lì non stava bene: non andava d'accordo con nessuno, e tutti pensavano che fosse cattiva. Così lei picchiava le sue compagne, e questo, certamente peggiorava le cose...”
All'improvviso, Rossana vide Marcella, la sua fedele scudiera e compagna di banco, che teneva la complessa contabilità dei dolci e dei giocattoli, svanire nel nulla.
“No, Madre! Perché io? Voglio Marcella, non mi cambi di banco, per favore, non voglio “la nuova”! Non la voglio!”, l'interruppe Rossana che, sempre a causa della giovane età, difettava di qualsivoglia strumento diplomatico.
Madre Florentine, come se non l'avesse udita, prese a raccontare la triste storia della “nuova”, rimasta orfana di entrambi i genitori in seguito a un incidente d'auto sei mesi prima, e affidata a zii affettuosi che avrebbero voluto il meglio per lei. Per questo avevano deciso di levarla dalla scuola pubblica e inserirla nel Sacré Coeur, dove erano certi che Angela, questo era il nome della “nuova” avrebbe trovato delle bambine pronte a fare amicizia con la povera orfana. E lei, Rossana, avrebbe dovuto essere fiera di essere stata scelta dalla direttrice come compagna di banco di Angela, che in quel momento aveva tanto bisogno di affetto e comprensione. E forse, di essere anche difesa dalla diffidenza e dall'ostilità delle altre bambine: chi meglio di lei avrebbe potuto fare in modo di far accettare Angela dalle altre bambine?
Fu allora che Rossana ebbe contezza del suo senso per il vento. Capì in un attimo che Madre Florentine la stava incastrando, sorda a ogni protesta, in un'amicizia faticosa e impegnativa; intuì nello stesso breve lasso di tempo, che la “nuova” avrebbe in qualche modo, che sentiva ancora sfumato e impreciso, ritornarle utile. Appesa alla parete sopra il capo di Madre Florentine, per quanto fosse più appropriata un'immagine del Cristo che proteggeva con mani delicate poste a coppa a proteggere il suo sacro cuore sanguinante per i peccati degli uomini circondato da due giri di filo spinato, si trovava una miniatura della Madonna del Latte non incappato nelle cesoie della Controriforma.
Rossana si era distratta subito dopo aver appreso la notizia dell'incidente stradale in cui erano morti i genitori di Angela; si perse a ringraziare la madonnina con la tetta di fuori perché il suo babbo e la sua mamma erano ancora vivi e pronti a dispensarle amore. Poi si concentrò, come tutte le volte che per vari motivi veniva ammessa in presidenza, sulla miniatura posta sopra il capo di Florentine. Il velo color cenere che copriva i capelli di madre Florentine era sovrastato da una corona multicolore di rosso, arancio, giallo, verde, blu, indaco e violetto. Un raggio di luce solare aveva oltrepassato le ante di vetro dell’armadio che la monaca teneva sempre chiuso a chiave e conteneva molti oggetti sconosciuti, tra i quali un preziosissimo microscopio italiano in argento del XVIII secolo e un becco Bunsen del XIX secolo, quest’ultimo perfettamente funzionante: che se solo madre Florentine lo avesse riempito di gas illuminante avrebbe dimostrato la discontinuità degli spettri in diverse sostanze incandescenti. Rossella era sempre sul punto di chiedere a cosa servissero quegli oggetti strampalati; poi, per un motivo o per l’altro, se ne dimenticava sempre. Lo spettro solare, che attraverso una delle facce inclinate del prisma di cristallo si era disposto sulla fronte di Madre Florentine come una corona di diamanti, impressionava la bambina certamente più della scomposizione della luce bianca, e Newton e Bunsen non poteva competere con gli gnomi e le loro pentole da cui, lo sanno tutti, provengono i colori dell’arcobaleno.
A ogni modo, quella Madonna del Latte apparteneva alla famiglia di Madre Florentine da più tempo di quanto lei stessa potesse ricordare: bottino di qualche suo antenato che durante il basso medioevo aveva saccheggiato una delle numerose signorie o principati che costellavano un paese che sarebbe diventato Paese oltre cinquecento anni dopo. Il volto inespressivo della vergine, vestita come una gran dama, guardava davanti a sé, verso un punto imprecisato. La mano sinistra dalle dita grassoccie teneva un seno destro che compariva, come dal nulla, tra quella ricchezza di tessuti di broccato ricamati d'oro. Ordinatissimo seno, piccolo seno, elegante seno, asessuato così come si confà alla sposa di Dio: non sgualciva con una sola piegolina quegli abiti cerimoniali della madre del Salvatore. Il Salvatore , a sua volta, guardava Rossana con due occhi piccoli che la dicevano lunga su quel seno che dispensava latte e miele e che liberava dal bisogno. Il Bambinello, che aveva visibilmente in disprezzo la prospettiva, aveva un volto di adulto su un corpo di nano dal busto lungo e dagli arti corti e robusti. Con una mano piccola posata lievemente sul seno materno, come ad attestarne la proprietà indiscussa, si trovava decisamente in primo piano rispetto alla Vergine e ad altri parenti in primo grado vestiti altrettanto elegantemente, come Giovanni Battista, quasi coetaneo del re del mondo, e sant'Agnese o sant’Anna.
Era lui il proprietario di latte, miele, marionette di cartapesta e stelline di marzapane. Rossana ne fece un modello da seguire, ma vedeva nel nano col viso d'adulto non il bisogno di nutrirsi dell'amore materno né, tantomeno, associava al latte l'elargizione della Grazia al popolo degli Uomini. A Rossana non importava affatto la figura materna della Madonna, egemone e generosa a un tempo; era invece profondamente colpita dal bambino nano, che per qualche virtù a lei ignota, era il destinatario, unico, esclusivo, eletto, di tanta grazia materna, che lo avrebbe per sempre liberato dal bisogno. Un'interpretazione niente affatto evangelica del dipinto, ma più accessibile a una bimba di otto anni che sfruttava al meglio i doni che la natura le aveva generosamente donato.
La miniatura della Madonna del Latte apparteneva, dunque, alla famiglia di Madre Florentine prima ancora che lei stessa diventasse discendente diretta di una delle sorelle di Napoleone Bonaparte. Un notabile francese di scarsa importanza ma di grande iniziativa, al seguito del signore di Nogaret, inviato di Filippo IV di Francia presso Bonifacio VIII nella sua dimora di Anagni, approffittò della debolezza di quest'ultimo in seguito alla storica offesa dello sganassone col guanto di ferro. Il Papa si beccò lo storico sganassone dal cancelliere reale per via di certe divergenze di vedute circa il potere temporale della chiesa, e l’avo intraprendente di Florentine approfittò del momento di debolezza per alleggerirlo del dipinto in questione. La corte del Pontefice non ritenne opportuno lamentarsi della scortesia, probabilmente il momento politico sarebbe divenuto più greve in seguito ad accuse che sarebbero state certamente negate. Si disse, in seguito, benché la notizia non compaia in alcun libro di storia, che Bonifacio VIII morì di crepacuore non tanto per l'offesa dovuta allo sganassone, tanto per la scomparsa dai suoi appartamenti privati del palazzo di Anagni del prezioso dipinto della Madonna del Latte.
Madre Florentine, quale che fosse la provenienza della preziosa proprietà di famiglia, che del resto ignorava completamente, chiese per sé il dipinto non appena fu folgorata dal dono della fede, benché si trovasse allora alla Sorbona a studiare Fisica e Chimica, e non sulla via di Damasco, come sarebbe stato più appropriato per il solenne momento. Decise in un sospiro, in un maggio francese bollente a cui partecipava con convinzione e che sconvolgeva allora tutto il Paese, che la sua vita era altrove.
Lasciò suo padre e il mondo in rivolta, alla quale aveva in un primo momento aderito entusiasticamente, per entrare nell'ordine delle suore del Sacré Coeur. Lasciò suo padre sommerso da una montagna d'aspettative deluse e con il cuore spezzato di genitore di figlia unica e amatissima. Perché i genitori sono così: amano i figli fino a sacrificare la loro vita, senza accorgersi che la loro vita la sacrificano comunque: sprecando energie, ogni giorno, allo scopo di modificare, quand'anche di non cambiare completamente, le scelte di vita di questi ultimi.
Albéric Chrétien Honoré Florentin di Blanchard Gauthier Arnaud De Bernard Murat ben presto si rese conto che a nulla sarebbero servite lacrime, preghiere, minacce, lusinghe, ricatti affettivi: nulla avrebbe potuto distogliere Florentine dal suo proposito di appartenere all’ordine del Sacré Coeur, dedicato alla preghiera, allo studio e all'educazione di menti giovani e bisognose di sapere.
Se ne andò, lasciando suo padre col cuore spezzato e avendone in cambio la miniatura della Madonna del Latte.
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una sola volta nella vita
lunedì, 03 marzo 2008
Cosimo Marras si trovò, nell'ordine, senza l'amicizia di Antonio Lopez, il becco di un quattrino e, infine, senza sua moglie.
Rossana Altieri coniugata Marras, da sempre donna previdente col dono di fiutare il vento prima ancora che lo stesso realizzasse che di lì a poco da scirocco si sarebbe rivoltato in grecale, pensò bene di levare le tende con un anticipo tale che la tempesta non avrebbe lambito nemmeno la punta delle sue scarpine Ferragamo numero 36. Anzi: il suo tempismo ai limiti degli umani sensi l'avrebbe cristallizzata, nell'immaginario cittadino, nella posizione di moglie sfortunata e al di sopra di ogni sospetto di opportunismo. Angela infatti aveva lasciato la sua casa, in accordo con il marito, prima che questi rimanesse coinvolto nella vicenda delle assicurazioni agli enti pubblici. Insomma, non sarebbe stata un topo che abbandonava la nave che affonda. In effetti, Rossana non aveva un aspetto murino, tutt'altro. Bella di una bellezza inusuale in quelle latitudini, dove il biondo dei capelli e il verde degli occhi potevano ben definirsi colori esotici, suppliva alla mancanza di intelligenza e sensibilità con un'istinto che avrebbe potuto essere definito, a pieno titolo, animalesco. Da predatrice qual era, Rossana Altieri sentiva l'odore del vento. Quella qualità - che è la stessa che possiedono i politici di mezza tacca che cavalcano, indipendentemente dall'alternanza delle parti al potere e dalla mutevolezza della loro stessa parte politica - le permetteva di governare, con l'eleganza di una vergine amazzone, la cresta dell'onda anche nelle situazioni meno eleganti. Rossana esibiva questo tratto, che insieme alla sua bellezza ne faceva, da persona senza qualità quale in realtà era, un tipo con cui era meglio avere rapporti amichevoli piuttosto che non averne affatto o, men che meno, averne di cattivi.
Si avvide che per Cosimo le cose non andavano per il verso giusto da segnali insignificanti, a cui chiunque altro non avrebbe dato il giusto peso: Antonio che non rispondeva al cellulare per due volte di seguito nell'arco della stessa giornata; una gentilezza sconosciuta e perciò distante nel modo di salutare di quest'ultimo; l'insofferenza improvvisa e ingiustificata di Cosimo nei suoi confronti. Tutto questo l'aveva portata, in un arco di tempo brevissimo, a lasciare la sua casa e il marito, con il sottotitolo "era impossibile sopravvivere in quell'ambiente gonfio di risentimento. Nei suoi confronti, poi: lei che si era sempre sacrificata per la carriera di lui". Angela Altieri, all'occhio distratto dell'osservatore esterno, poteva apparire veramente come una di quelle donne che si sacrificano per la carriera e la visibilità sociale dell'uomo che scelgono come compagno. A ben pensarci, l’espressione che scelgono come compagno - e non invece che amano - la dice lunga su Angela, e riporta a quel suo carattere predatorio e di fattrice istintiva di razza dominante.
Conobbe Cosimo quando frequentava il primo anno di magistero, a cui si era iscritta in seguito alle insistenze dei suoi, che aspiravano ad avere una figlia laureata: perché non si sa mai nella vita, un pezzo di carta fa sempre comodo e si dia il via al Campionato Nazionale del Luogo Comune. A lei non interessava nulla di acquisire, anche solo sulla carta, una cultura superiore: aveva intuito, fin dalle scuole elementari, che per sopravvivere - o meglio, per vivere con agio - le sarebbe bastato quell'olfatto per il vento, privo di orpelli sovrastrutturali che, anzi, ne avrebbero smorzato l'immediatezza. Accadde che il senso si manifestò all'improvviso.
Fu all'età di sette anni, quando frequentava la seconda elementare nella scuola privata del Sacré Coeur, che scoprì la sua qualità. Sul perché a Mèrulas esistesse e prosperasse da prima della Seconda Guerra mondiale la comunità delle colte e tolleranti suorine, il cui sapere spaziava dal naturalismo francese all’elettrodinamica dei corpi in movimento e oltre, non era dato sapere. La scuola del Sacré Coeur, baluardo di un'anacronistica segregazione femminile che strideva fortemente con programmi scolastici all'avanguardia del tutto sconosciuti alla scuola pubblica, ben presto diventò la fucina di donne della classe medio alta. Il Sacré Coeur sfornava giovanette con una solida formazione culturale - sia scientifica che umanistica - e un'ampia scelta di vita futura che le suorine lasciavano, senza esercitare la minima influenza, alle stesse signorine di buona famiglia. Le suorine francesi sembravano credere all'imparzialità della cultura, concetto, allora come ora, del tutto sconosciuto nella scuola pubblica e privata. Da dove fosse potuto nascere quel fiore in mezzo al deserto, anche questo, non è dato sapere. Ciò che risulta invece ormai cronaca - per motivi apparentemente ignoti, data la buona salute di cui godeva l'istituzione – è che la massiccia e al contempo ariosa struttura neoclassica della scuola cattolica venne rilevata, col beneplacito del Vescovado di Brasìer, da cui le suorine dipendevano, dall'Opera della Libera Università di Mèrulas.
La Libera Università contava a quel tempo ben tre corsi di laurea e altrettante specializzazioni. Tutti i corsi erano imperniati sulla fisica delle nuove particelle subatomiche isolate dai graniti rosa di Corru Longu: utili, in un futuro non proprio immediato - e comunque bisogna avere vasti orizzonti: se no, a culo il progresso - come propellente a basso costo per effettuare viaggi nel tempo e fors'anche in dimensioni diverse da quella in cui si svolge questa vicenda, realmente accaduta in un passato recente.
A ogni modo Rossana, all'età di otto anni, era un dolce cherubino a cui bastavano i boccoli biondi tenuti insieme da nastri di raso per diventare una dominante nella piccola comunità di bimbette dal colorito olivastro e occhi neri e sfuggenti di furetto. Una mattina, prima dell’inizio delle lezioni, venne convocata dalla direttrice. Madre Bénédicte Adélaïde Florentine contessa di Gauthier Arnaud De Bernard Murat, era discendente diretta dal ramo femminile dei Bonaparte, così almeno ciacolavano le madri delle giovanissime discenti. Delle sue nobili origini madre Florentine non era interessata a che il volgo sapesse: certamente i mèrulesi, compresi nonati e ultracentenari di cui il posto abbondava, avrebbero favoleggiato circa dame bellissime, ricchissime e nobilissime, ritiratesi in convento in seguito a inenarrabile delusione d’amore.
In effetti, a chi mai possono interessare un fede sincera e una vocazione, mai sovvennero parole più adatte all’uopo, cadute dal cielo?
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una sola volta nella vita
martedì, 12 febbraio 2008
La mattina del 16 aprile del 2001, Cosimo Marras attraversò a passo sostenuto la strada stretta che lo separava da una palazzina dei primi del '900, recentemente restaurata sotto l'attento controllo dell'Intendenza alle Belle Arti del Comune di Mèrulas. Un occhiuto funzionario dell’Intendenza da tempo sorvegliava i borghesi che l’abitavano, accaldati d’estate e freddolosi durante l’inverno, forse a causa di una soffiata di qualche amante del bello che aveva subdorato interventi poco ortodossi sulla bella facciata della casa che dava sulla strada. Così, alla prima sostituzione di un delicato motivo art nouveau con un condizionatore grigio abbellito da una scritta blu, il funzionario intervenne d’autorità. Emanuele Piras, cancelliere presso tribunale di Mèrulas, fu costretto a rimuovere la scatola antiestetica ma ristoratrice e a restaurare a proprie spese il fiore morbido sinuosamente abbracciato a uno stelo dalle foglie a forma di cuore che, in parte, era stato rimosso per il benessere omnistagionale della famiglia Piras.
I componenti di quest’ultima convennero che gli onesti cittadini non erano più padroni in casa loro, sostenuti nella loro convinzione dalla maggior parte degli altri condòmini; alla fine però, poiché tutti erano rispettosi delle leggi, si rassegnarono a sudare in Agosto e a battere i denti a Gennaio.
Cosimo Marras infilò l'elegante portone come chi non ha dubbi sul suo obiettivo. L'ingresso della palazzina liberty era sorvegliata da Augusto Davìda, terzo di una generazione di portinai che aveva scambiato quella pur dignitosa attività per una missione da portare a termine a costo della stessa vita. I cerberi Davìda, esemplari custodi della privacy delle famiglie borghesi che costellavano i quattro piani della palazzina in questione, nulla avevano, nel portamento e nel modo di abbigliarsi, del portinaio dell'immaginario collettivo.
Che, a ben pensarci, non risulta essere nemmeno dello stesso genere: ci si figura, solitamente, una portinaia, preferibilmente attorno ai cinquant’anni. Costei dovrà essere sovrappeso, con ginocchio valgo e polpaccio forte ornato di varici venose contenute in spesse e antiestetiche calze elastiche, vestita di vestaglietta a motivo floreali abbottonata sul davanti; per non dire della ciabatta d'antiquariato.
Ma i Davìda no: i Davìda portavano abiti di lino scuro d'estate e di lana pettinata inglese d'inverno - in quest'ultimo caso con cravatta Regimental - e mai si sarebbero presentati al visitatore in maniche di camicia.
“Buon giorno, dottor Marras”
“Buon giorno a lei, Augusto. Vado dai Lopez”
“Mi spiace dottore, i Lopez mi hanno incaricato di riferirle che saranno assenti per tutta la settimana”
Costui ha i modi di un valletto di Montecitorio, pensò con fastidio Cosimo.
“Saranno assenti, dunque. Per tutta la settimana. Eppure vedo la loro automobile parcheggiata proprio qui davanti: segua il mio dito Augusto. Poi immagini una linea retta che la condurrà, senza stazioni intermedie, all'auto dell'avvocato Lopez”
“Ha ragione, dottore: è proprio l'auto dell'avvocato Lopez. Infatti sono partiti stamane con il SUV della signora”
“Sa una cosa, Augusto? Sono pronto a scommettere che il SUV della signora sia parcheggiato nel garage”
“Non scommetto mai, dottore. Trovo che il gioco d'azzardo sia volgare”
“Le ho mai detto, Augusto, che lei ricorda, nei modi e negli atteggiamenti, un merluzzo surgelato?”
“Certamente, dottore: non più tardi di ieri pomeriggio”
Augusto Davìda non era persona che si potesse espugnare con l'arma impropria della logorrea, alla quale contrapponeva l'eredità di un arsenale di parole inutili maturato in due generazioni di schermaglie verbali con seccatori di ogni misura e qualità.
“Avrebbe niente in contrario se io salissi fino all'appartamento dei Lopez? Così, giusto per accertarmi che siano realmente già partiti?”
“Non ne vedo la necessità, signore: per lei sarebbe certamente un'inutile perdita di tempo”
Cosimo Marras valutò il rapporto di forze tra lui e la terza generazione Davìda, e quest'ultima ne uscì inesorabilmente vincente. Augusto Davìda, aitante quarantenne, nascondeva sotto la camicia perfettamente stirata e la cravatta Regimental, una serie di pettorali e addominali che guizzavano con discrezione, in paziente attesa di entrare in azione al momento opportuno e con la massima coordinazione al fine di fermare - con gentilezza ma con decisione - ogni ospite inviso ai privilegiati condòmini della palazzina: si fosse pure trattato del Governatore in persona. Cosimo trasse le debite conclusioni e decise che il momento non era propizio per avere il chiarimento che andava cercando da giorni con Antonio Lopez.
“La saluto, Augusto. Faccia buona guardia: e non si faccia scrupolo d'abbaiare, qual ora se ne presentasse la necessità”
Augusto gli sorrise d'un sorriso né amichevole né ostile. “Abbia una buona giornata anche lei, dottore”, gli rispose.
La settimana appena trascorsa era passata come un uragano che aveva divelto senza complimenti molte delle certezze sulle quali posava la vita di Cosimo Marras. E l'uragano in questione era stato scatenato proprio da Antonio Lopez, il quale non avrebbe potuto sottrarsi al confronto all'infinito. Prima o poi gli avrebbe dovuto rendere conto del perché, e a quale prezzo, avesse tradito la loro amicizia che risaliva ai tempi del liceo.
Cosimo Marras era originario del quartiere di Preda Torta, sede di un caratteristico mercatino noto per le porcellane e le cere che sbrilluccicavano al sole ogni venerdì mattina. Tra queste primeggiava, maestosa ed elegantissima, “sa pudda toppa” (la gallina zoppa) dei fratelli Dettori, valenti artigiani in forte odore di arte figurativa, divenuta ormai il simbolo del mercatino di Preda Torta.
Cresciuto come un selvaggio all'ombra dell'Orthobene ai cui piedi sorgeva il quartiere, Cosimo, seppur nato nella zona ricca della città, proveniva da una famiglia di mezzi assai limitati. Di sua madre ricordava i bottiglioni di vino bianco da due litri che era solita comperare ogni mattina dal droghiere sotto casa, signor Pompeo Muroni.
“Mi dia due litri di “Staffa e Bobboi” bianco, di quello che costa poco. Tanto mi serve solo per cucinare”, diceva sua madre a un Pompeo tristemente scettico e innamorato silenzioso di quella cliente sottile come un giunco e dall’incarnato rosa cenere.
Tutti i giorni che Dio mandava in terra, a sua madre servivano due litri di vino bianco per cucinare: roba che avrebbe potuto marinare il giusto quantitativo di selvaggina da somministrare a tutto il quartiere per un'intera settimana. Be', in realtà a lei bastavano per una sola giornata. Dalla prima mattina iniziava la sua vita odorosa di vino acido e di sigarette da quattro soldi, intervallati da pochissimo cibo, che l’accompagnavano fino al ritorno dalla scuola di Cosimo e di Angela, la figlia minore.
Cosimo non aveva ricordo di piatti di minestra fumante o di stufati d’agnello su tovaglie di cotone candido alla sua tavola. Ricordava invece fette di mortadella e di pane non tostato e certe mele farinose senza la gentilezza di un piatto a contenerli, posati direttamente sulla fòrmica del tavolo di cucina. Quelle mele color giallo spento gli facevano venire la nausea per come si sbriciolavano tra la lingua e il palato: come palline piccole e insapori di polistirolo, senza provocare quell’ondata di saliva che sembrava essere prodotta già zuccherina dalle ghiandole salivari non appena il gusto della mela croccante a polpa compatta e dolce raggiungeva le papille gustative. Spesso lui e Angela pranzavano con pane, nutella e un bicchiere di latte davanti alla tv, perché la mamma non stava tanto bene e aveva bisogno di stendersi un attimo sul letto. A Cosimo e Angela non dispiaceva vivere in quel modo, senza nessuno che li controllasse o che imponesse regole da rispettare. La mamma si distendeva sul letto, in compagnia dei suoi amici Staffa e Bobboi e delle sue sigarette da due soldi, e l’attimo durava fino al tardo pomeriggio.
La svegliava il marito di ritorno dal lavoro dalla petrolchimica di Malàna, in cui produceva senza sosta e senza fantasia semilavorati di cui ignorava la provenienza e del cui futuro, con altrettanta determinazione, si disinteressava: sia che fossero destinati a trattamenti termici di stabilimenti o case di comune abitazione oppure all’industria navale, sia che fossero destinati a rosso per labbra di stilisti alla moda o a diventare eccipienti o principi attivi di farmaci salvavita.
Pompeo sentiva il cuore che gli si ritirava nel petto non appena la vedeva varcare la soglia del piccolo ma fornitissimo negozio, che da anni resisteva indefesso all’attacco dei megamarket che sorgevano come funghi e che avevano raggiunto persino i villaggi del più selvaggio interno, quelli che contavano cinquecento anime comprese quelle innocenti dei capi ovini e bovini. Pompeo era uomo di grande disciplina e notevole iniziativa, che attraverso una gestione prussiana dell'esercizio commerciale di cui era proprietario insieme a un fratello trasparente, navigava senza tema nelle acque malsicure di quel terziario improduttivo che era la colonna portante dell'economia cittadina. Erano acque, quelle, in cui parecchi intrepidi ma non attrezzati a confrontarsi con il nuovo stato delle cose, erano stati inghiottiti dai marosi della concorrenza, senza che dal naufragio si salvassero suppellettili o cianfrusaglie, ancorché di scarso valore, da poter suddividere tra gli eredi superstiti.
“Tanto mi serve solo per cucinare", diceva tutte le mattine Assunta Marras a Pompeo Mancosu. E ogni mattina lui taceva, con la massima professionalità e una tristezza solo apparentemente rassegnata ma che invece gli sconquassava i sonaglini del cuore. Questi iniziavano a vibrare non appena lei varcava la soglia del suo negozio e raggiungevano l'acme in una musica disordinata quando se la sentiva accanto: che se quella musica fosse stata udibile all'orecchio umano e non soltanto a quello dei cani e dei gatti privilegiati che popolavano numerosi il quartiere, sarebbe stata certamente notata da qualche compositore creativo e somministrata, tramite cd costosi, solo ad animi sensibili e intelletti dotati.
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