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quesiti esistenziali | Eva Carriego



giovedì, 17 aprile 2008

 
categorie: stupidario, quesiti esistenziali, memoria storica, il bar dello sport

Scritto da EvaCarriego alle ore 20:34 | Plink |
commenti (15)

domenica, 23 marzo 2008
madonna del latte 2Ci si chiederà, memori di apprendimenti acquisiti in corsi di sceneggiatura da dopolavoro, quale sia il significato della miniatura della Madonna del Latte.
Il caso contrario non viene neanche preso in considerazione, nonostante i lettori di questo blog e il gestore stiano mostrando, ultimamente, la medesima scarsa attenzione per i luoghi di ritrovo virtuale.
Il caso vuole che io sia febbricitante, per tre volte nel corso di trenta giorni lavorativi, in un letto di dolore: questo stato patologico o alcuni commenti arguti nel blog "The Cats Will Know", vai a sapere, m'inducono a tornare ancora sulla rigida madonnina.
Diceva, il mio giovane insegnante di sceneggiatura, che se durante la visione di un film avessimo scorto tra le diverse inquadrature, seppur fuggevolmente, quella di una carabina appesa sopra il caminetto, non ci sarebbero stati versi: prima o poi la carabina sarebbe diventata lo strumento tramite il quale la vicenda avrebbe subito una svolta decisiva.
La stessa osservazione si può fare per la scrittura: io stessa ho usato questa regola, prima inconsapevolmente, poi con cognizione di causa fino, appunto, a farne una regola.
Che ne so, la carabina sarebbe stata usata per dirimere una questione di multiproprietà sentimentale o immobiliare, ma comunque sarebbe stata usata.
Da allora sono stata molto attenta, e sono sempre andata al cinema o mi sono accostata alla lettura con una certa apprensione, perché dovevo scorgere l'oggetto, a volte una figura/oggetto di ennesimo piano, che si sarebbe fatta protagonista.
E questo accadeva puntualmente: un soprammobile di cristallo, il garzone brufoloso del benzinaio, un aspirante scrittore senza alcun talento, una vecchia foto sbiadita con viraggio seppia, una falce nel fienile, una serie di cacciaviti di ogni foggia misura nel capanno degli attrezzi, un adolescente minus, un quadro appeso in un soggiorno da milionari in euro o in un tinello da middle class anni '50, una mazza da base ball nella stanza dei ragazzi, un anello senza castone in una scatola di legno laccato, la scocca rossa di un'auto in un cimitero di auto, un nome di donna tatuato sul bicipite di un belloccio prestante.
Sono passati quasi cinquant'anni da quando frequentai il corso dopolavoristico; il mio giovane insegnante di sceneggiatura, sempre che non riposi all'ombra di un cipresso alto e schietto, sarà impegnato a distribuire i soliti oboli in cambio di affetto a nipoti festanti e onnipotenti in virtù di un pugno d'anni di vita vissuta.

In ogni caso, non ho da render conto a lui né ad altri se la Madonna del Latte di madre Florentine, manufatto prezioso e certamente di grande valore pecuniario che farebbe gola a molti, rimarrà sempre al suo posto, appesa alla parete dietro la scrivania della monaca. Non si farà protagonista della vicenda, oppure si: l'importante è che questa non sia una regola.
Del resto, chi detta queste regole e, soprattutto, perché dovrei essere tenuta a rispettarle?
Perché lo dice il manuale del bravo scrittore?

E chi se ne cale?
Io sono una cattiva scrittrice iperpirettica.


 
categorie: stupidario, quesiti esistenziali, viaggi di carta, il bar dello sport, scrittura e scrittori

Scritto da EvaCarriego alle ore 12:45 | Plink |
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mercoledì, 02 gennaio 2008


Propositi letterari di Carriego per il nuovo anno.
Giacché ella non può permettersi un generator d'ultima generazione come il bravo scrittore seriale di noir, gialli, thriller, giallo-noir e thriller con sfumature fucsia, decide che quest'anno, tra l'indifferenza generale, nessun libro verrà scritto dalle di lei generose mani.
Ciò non la esime dal perdersi allegramente in alcune oziose ipotesi narrative.





Benvenuto 2008La nuova storia inizia all'università, ma non in un'università qualunque: dev’essere un'università della terza età. (Si capisce che la vicenda si dipanerà in ambiente accademico?).
È pur vero che la vecchiaia non fa audience, non tira, non è trendy. Ma il libro non dovrà essere furbo:  come si dice? sarà intellettualmente onesto.  Non dirà di vecchi come scusa per raccontare le loro vite vissute da giovani. Si deve raccontare una storia di vecchi, vissuta da vecchi, con le passioni dei vecchi ( passioni?), qual ora mi pungesse vaghezza che costoro ne avessero. ( Si capisce che la vicenda si dipanerà in ambiente geriatrico?)
Mi è venuta questa idea perché i vecchi sono degli sconosciuti: che ne so io dei vecchi? Perché mi vengono queste idee del cazzo e poi non riesco a liberarmene? Bah.




Alternativa numero 1:

Benvenuto 2008Una donna misteriosa vive isolata in un palazzotto del centro storico della città. Non riceve nessuno né alcuno sembra ricordarla ( si vocifera che abbia, ella, dei torbidi segreti che il mondo dovrà scordare). In realtà è la Custode dell'Anima della Città, e quando gli eventi la porteranno a mostrarsi, si rivelerà come l'essere umano più brutto che abbia mai calpestato il suolo della terra.
Al suo passaggio persisterà nell'aere un aroma di merda di mucca.





Alternativa numero 2:

Benvenuto 2008Un uomo e una donna si trovano a parlare del loro matrimonio per 345 pagine: sereno, appagante ed eroticamente soddisfacente. Alla fine del libro – il cui dialogo più breve consta di 47 pagine con punteggiatura minimalista - , lui spacca il cranio di lei con un solo colpo di machete ben assestato, a guisa di una noce di cocco.





Alternativa numero 3:

Benvenuto 2008Quattro fratellini si trovano ospiti in casa di un vecchio zio stravagante mentre su tutta l'Europa infuria la Seconda Guerra Mondiale. Durante il loro noioso girovagare nel castello avita il minore dei fratelli scopre un armadio le cui ante si aprono su un mondo innevato e popolato da personaggi minchioni: animali che parlano senza manco degnarsi d'assumere habitus antropomorfo e satiri di una bruttezza rivoltante.

Cancellare alternativa numero 3 ( è già stata scritta da qualche idiota adesso miliardario).

 
categorie: stupidario, quesiti esistenziali, viaggi di carta, scrittura e scrittori

Scritto da EvaCarriego alle ore 21:05 | Plink |
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venerdì, 07 dicembre 2007
al bar di M.Sedersi una mattina d'inverno al solito tavolino del solito bar e aspettare che arrivino le 8:40.
Noi, insonni e con bassi valori tensivi, disponiamo per diritto divino di più crediti tempo rispetto a chi non ha disturbi del ritmo sonno-veglia.
Frugare dentro il palmare, tra una sorsata di cappuccino con poca schiuma e molto cacao, una di caffè, una di marocchino.
Eh, bisogna accompagnare il tempo che passa con generi di conforto.

al bar di M.E’ qui che sto scrivendo: su questo palmare e in questo bar, alla ricerca del tempo passato e del tempo a venire.
Mentre aspetto il tempo a venire, trovo cento files che dovrei aver già cancellato ma sono sempre qui: c'è perfino lo zio Giommaria.
Io smarrisco tutto, almeno una volta nella vita.
Beh, una volta: si fa per dire.
Che imbarazzo se smarrissi il mio Qtek e qualcuno leggesse i miei appunti prima di restituirmelo.
L’ho già perso due volte e mi è stato sempre restituito: sono certa che chi lo ha trovato non è entrato su word mobil.
Beh, certa: lo spero.

Qtek ti amoIl palmare è diventato il moleskine della generazione di mezzo, mi dico, mentre le cuffie collegate allo stesso versatile apparecchio mi sparano a palla un'habanera dalla Carmen prima e un Universi Paralleli poi .
Che devo dire?, come nelle letture (non ho mai frequentato una scuola di scrittura creativa, dove ti informano, tra le altre cose, che se non hai letto Shakespeare non conosci le dinamiche del potere), sono autodidatta anche nella musica. Mi piace Bizet e mi piace Bersani, mi piace Mozart ma mi piacciono anche - a me e ai bambini inglesi tra gli otto e gli undici anni - i Green Day.
Mi piace guardare la ggente che entra: uomini con la giacca con gli spacchi prima delle cinque del pomeriggio (ovvove!), donne bionde con una ricrescita corvina di due centimetri (doppio ovvove!!), adolescenti con felpe reclamizzate da tronisti e veline (ovvove all'ennesima potenza!!!).

sedia rossa non avrai il mio scalpoSe questo sia oziare (e verosimilmente lo è, giacché non faccio niente di produttivo per la società) non è motivo di discussione: non si richiede al lettore il minimo sforzo intellettuale in tal senso.

Sorseggiare cappuccini e guardare le persone che entrano nel bar di M. è produttivo per me.
E anche per M., mi figuro.

 
categorie: stupidario, quesiti esistenziali, il bar dello sport, stirpe di gabillonia

Scritto da EvaCarriego alle ore 22:34 | Plink |
commenti (11)

lunedì, 26 novembre 2007
ode a jm064Si deve ancora comprendere se l’intrepido utente delle linee aeree – al di là di ciò che ne pensa il mio buon amico e illustre autore de “Il metodo antistronzi”, Robert Sutton – possa dirsi al sicuro non appena metta piede nella struttura aeroportuale.
Robert, col quale intrattengo una fitta corrispondenza di vecchia data, nutre una sconfinata ammirazione per le linee aeree: sostiene che non solo nel suo Paese all’avanguardia su tutto si licenzino i manager valenti, volanti e stronzi ma, meraviglia delle meraviglie, si impedisca all’utente stronzo, che abbia insolentito il più umile dei dipendenti di terra, di salire sugli splendidi aeromobili.

- Mister Sutton, il Suo libro è adorabile e Lei potrebbe essermi di grande aiuto: La prego, prenda in considerazione l’idea di concedermi la Sua Mano.

Risposta a stretto giro di posta:

- Cara Eva, la tua proposta is very sweet e il tuo senso dell’umorismo very nice, but alas, io non ti conosco e my wife Marina nega recisamente il consenso alle nostre nozze. Comunque grazie.

Non m’importa di ciò che pensate: nonostante Bob non abbia più risposto alle mie missive amorose, per me la nostra rimane una lunga e amichevole corrispondenza tra intellettuali.
Ecco la prima, inevitabile e noiosa digressione.
Si diceva, dunque, delle linee aeree nazionali ed estere, e se l’utente pretenzioso – io sono utente pretenziosissimo – debba essere grato agli addetti alla sicurezza oppure denunziare gli stessi presso il più vicino posto di polizia per violazione della privacy e molestie sessuali.
Per motivi di lavoro, nell’arco di qualche settimana, ho avuto modo di soggiornare, anche per diverse ore, in un numero considerevole di aeroporti nazionali ed esteri. Colgo l’occasione, giacché mi trovo qui a transitare, per complimentarmi con alcuni amici e/o conoscenti scrittori blogger (o preferite essere chiamati blogger scrittori?) per la costante presenza dei loro libri presso le librerie aeroportuali del nostro ridente Paese. Di costoro, per pura invidia – poiché dei miei nemmanco l’ombra – non farò neanche il nome, ma solo il cognome: Basetti, Bassini, Lipperini, solo per citarne alcuni. Ma transeat.
Si conclude così la seconda digressione.
Lo ammetto, non sarò mai capace di confezionare quei piccoli post che non stancano il lettore di internet, fulminanti per intelligenza e acume e formalmente perfetti, che attirano il lettore di cui sopra come la cacca le mosche (zzzzZZzzz).
D’altro canto, è notorio, io sono l’avanguardia e al contempo unica rappresentante di quel movimento letterario definito barocco-sardo dai critici letterari di tutto il mondo: e che non si dica, quindi, che lesiniamo sulle parole.
Ma per tornare all’oggetto della discussione, che stento francamente a rammentarmi, vorrei dire della violazione della privacy e delle molestie sessuali a cui viene sottoposto il sempre intrepido viaggiatore, il cui ideale di aeroporto è quello di Olbia - Costa Smeralda: che, si potrebbe dire, racchiude tutta la filosofia politica Veltroniana.
Né troppo grande né troppo piccolo; non provinciale ma elegante e non tanto kitch da potersi definire per ricconi sabaudi ( lui perennemente con la sacca delle mazze da golf a tracolla e lei – datata – leopardata Cavalli e bionda naturale quanto the crow); immerso nella macchia mediterranea ma abbastanza visibile a qualche centinaio di metri dalla super strada.
Insomma: anche questo ma anche quello.

Giustificherò queste mie gravi affermazioni, e prenderò come esempio due aeroporti: quello di Napoli e quello di Filadelfia. In entrambi sono stata sottoposta a violenze morali inaudite; mancavo dalle lontane Americhe dal settembre 2000, mentre era la prima volta che mi recavo a Napoli.
Esperienze devastanti, mi si creda.
Ma di questo, parlerò domani, oppure dopodomani.
Sì, domani scriverò un post veloce e acuto: basta con il barocco-sardo.

 
categorie: stupidario, quesiti esistenziali, viaggi di carta, il bar dello sport

Scritto da EvaCarriego alle ore 19:29 | Plink |
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giovedì, 30 novembre 2006
Sottotitolo: E se scrivi, quando decidi che è giunto il momento di pubblicare?




raymond 342icarver343dic43Questa è la domanda che più spesso viene posta a chi ha scritto uno o più libri: come mai hai pensato di scrivere?
Oppure: perché scrivi?
Quand’anche non si esiti nella domanda ancora più profonda: A che scopo scrivi?

Nessuno, al contrario, mi chiede ragione della mia scelta professionale: chiunque, per questa, ha almeno un paio di risposte apparentemente convincenti. I romantici idealisti sosterranno che faccio il medico per alleviare le sofferenze del mondo, i più ingenui e disinformati penseranno che fare il medico garantisca una retribuzione più che dignitosa, condizione che non corrisponde alla realtà.
È verosimile che ciò dipenda dal fatto che fare il medico sia una professione, mentre fare lo scrittore non lo è.
Un autore di cui non sono certa di ricordare il nome, forse Busi, sostiene che se uno scrittore vuole indossare delle mutande pulite deve anche lavarsele.
Mi figuro che ciò potrebbe significare che lo scrittore debba “andare a lavorare”, però potrebbe anche essere riferito al fatto che chi scrive dovrebbe sapere dei fatti della vita per poterne scrivere: ché, a ben guardare, l’una ipotesi non contraddice né esclude affatto l’altra.

A parte questa breve digressione, è una domanda che mi sono posta anch’io, e mi sono risposta laconicamente: non ho nulla da dire, quindi scrivo.
Ciò significa che mentre parlare non esercita fascino su di me, la narrazione fine a se stessa, la parola scritta, invece mi piace molto. E questo piacere si manifesta nell’osservare la realtа che mi circonda - perché io appartengo a questa realtà, a questo tempo e a questa generazione che definisco di mezzo -, e mi piace manipolarla, ovvero romanzarla e immaginarla altra da come è.

Non sono uno scrittore tormentato, anzi, mi spingerò oltre senza incontrare ostacolo alcuno: non sono affatto uno scrittore.
Scrivo, e ciò che esce dalla mia penna - in realtà non riuscirei mai a scrivere con una penna, utilizzo solo pc palmare o da scrivania -, esce di suo: i fatti si concatenano l’un l’altro piuttosto velocemente, apporto pochissime correzioni alla prima stesura ( se devo tacere della marea di refusi e delle numerose quanto inopportune doppie e triple patrimonio inestimabile della parlata barbaricina) e ne traggo, alla rilettura, una moderata e molto temporanea soddisfazione.
Ammetto candidamente che rileggere alcuni pezzi della “Famiglia immaginaria”, subito dopo averli scritti, mi ha strappato più di un sorriso, come se fossero scritti da altri.

E quindi la risposta mi sembra straordinariamente facile: scrivo perché mi piace. Mi piace scrivere di personaggi e di vizi che si trasformano in pregi e viceversa, e di situazioni che posso trasformare a mio piacimento, senza trascurare realtà alternative, perché ciò di cui si può scrivere non ha fine. Purtroppo ciò che c’è di finito, al di là dei massimi sistemi, è il tempo, che sembra non bastare mai nonostante l’insonnia cronica.

Questo mio atteggiamento verso la scrittura, che ho coltivato a lungo senza renderne partecipi le masse - che in realtà non hanno mostrato di sentirne la mancanza -, mi sembrava in principio assai poco nobile e per nulla romantico. Attualmente trovo che la mia sia una posizione che meriti rispetto: ché alla fine, cercare di migliorare la propria vita, anche se questo comporta un certo grado di narcisismo, è uno scopo nobile, in particolare se incontri qualche sconosciuto gentile che ti informa che il tuo libro gli ha fatto trascorrere qualche ora piacevole.

Thomas Mann alla domanda cosa fa il narratore rispondeva che “Il narratore narra”, Raymond Carver asserisce a sua volta che “ La narrativa non dovrebbe fare niente. Deve solo esserci"
Cionondimeno, nonostante questi fulgidi esempi di letteratura siano così espliciti, il lettore continua a chiedere al narratore il senso del suo narrare che tradotto suona più o meno così:
 “Sì, ma tu, cosa volevi dire con questo libro?"
e i più espliciti e ineleganti:
"Qual è, orsù, il tuo messaggio?”

La risposta è: voglio raccontare, la mia intenzione è attirare quanti più lettori che leggano il mio narrare.
Ma ancora immagino si ritorni al punto di partenza: se io cerco ascolto, allora il lettore sarà tenuto a chiedermi:
"Vuoi ascolto?, Ok: dimmi perché dovrei utilizzare il mio tempo per leggerti."
Per quanto possa sembrare singolare, incontro ancora delle persone che mi chiedono qualche minuto per parlare del mio libro prima di leggerlo: francamente trovo la cosa imbarazzante, per non dire spiacevole.

Bene, a ogni modo la risposta è:
"Non avrai alcuna risposta."


È vero che il lettore rischia di perdere il suo tempo: può leggere senza trarne giovamento alcuno e può incorrere perfino solo in effetti collaterali, come la noia o l'insofferenza.
Può non apprezzare il romanzo o il racconto, non provare emozione o piacere o rabbia o divertimento: però facciamo che ci dividiamo equamente il rischio, con soddisfazione o insoddisfazione di entrambe le parti in concorso, io che narro e voi che leggete: perché io rischio di narrare a vuoto, e le mie energie e le mie aspettative hanno la stessa dignità di quelle del lettore.
Perfino Cervantes, nel presentare il don Chisciotte si rivolgeva al "desocupado lector": come dire che solo i perdigiorno avrebbero corso il rischio di leggere la sua opera, che il risultato non era affatto sicuro.

Sempre pensando di avere una posizione poco romantica verso la scrittura, per non dire cinica e originale, sono stata in seguito confortata da pareri di autori che apprezzo moltissimo.
A questo proposito trovo Thomas Mann francamente illuminante, questa affermazione lava via ogni dubbio: il motivo del narrare è racchiuso nel racconto stesso, e non si può anticipare in una formula astratta: la risposta è nel racconto stesso.
Giusto cielo, che sante parole.
Mi chiedo quanto sia significativo che due scrittori, così lontani nello stile ma non nel talento -Mann e Carver - giungano alle stesse conclusioni.
Il mio messaggio è: lettore, non chiedere al narratore messaggi, chè non è mica l’Arcangelo Gabriele: corri il rischio di utilizzare senza alcuna garanzia qualcuno dei tuoi crediti tempo, che magari il significato che troverai sopra le righe tra le righe e a lato delle righe potrebbe darti soddisfazione.

Fatte queste considerazioni, ritorno alla domanda di Tommaso: credo che chiunque scriva, a meno che non si tratti di signorinette che raccontino le loro pene al diario personale - ma anche quest’ affermazione non è del tutto vera: basti pensare a Melissa P. o a Pulsatilla - vagheggi di pubblicare e far giungere l’opera sua al maggior numero possibile di lettori nel momento stesso in cui prende in mano una penna.
L’unico ostacolo tra la scrittura e la pubblicazione è, a tutti gli effetti, Lui: l’Editore.
Che Dio lo benedica.


                                                                                                           

 



 
categorie: quesiti esistenziali

Scritto da EvaCarriego alle ore 13:42 | Plink |
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"Non ho niente da dire, quindi scrivo." (L.D)


"La narrativa non dovrebbe fare niente. Deve solo esserci" (R.C)


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La famiglia immaginaria

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