giovedì, 17 aprile 2008
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domenica, 23 marzo 2008
Ci si chiederà, memori di apprendimenti acquisiti in corsi di sceneggiatura da dopolavoro, quale sia il significato della miniatura della Madonna del Latte.
Il caso contrario non viene neanche preso in considerazione, nonostante i lettori di questo blog e il gestore stiano mostrando, ultimamente, la medesima scarsa attenzione per i luoghi di ritrovo virtuale.
Il caso vuole che io sia febbricitante, per tre volte nel corso di trenta giorni lavorativi, in un letto di dolore: questo stato patologico o alcuni commenti arguti nel blog "The Cats Will Know", vai a sapere, m'inducono a tornare ancora sulla rigida madonnina.
Diceva, il mio giovane insegnante di sceneggiatura, che se durante la visione di un film avessimo scorto tra le diverse inquadrature, seppur fuggevolmente, quella di una carabina appesa sopra il caminetto, non ci sarebbero stati versi: prima o poi la carabina sarebbe diventata lo strumento tramite il quale la vicenda avrebbe subito una svolta decisiva.
La stessa osservazione si può fare per la scrittura: io stessa ho usato questa regola, prima inconsapevolmente, poi con cognizione di causa fino, appunto, a farne una regola.
Che ne so, la carabina sarebbe stata usata per dirimere una questione di multiproprietà sentimentale o immobiliare, ma comunque sarebbe stata usata.
Da allora sono stata molto attenta, e sono sempre andata al cinema o mi sono accostata alla lettura con una certa apprensione, perché dovevo scorgere l'oggetto, a volte una figura/oggetto di ennesimo piano, che si sarebbe fatta protagonista.
E questo accadeva puntualmente: un soprammobile di cristallo, il garzone brufoloso del benzinaio, un aspirante scrittore senza alcun talento, una vecchia foto sbiadita con viraggio seppia, una falce nel fienile, una serie di cacciaviti di ogni foggia misura nel capanno degli attrezzi, un adolescente minus, un quadro appeso in un soggiorno da milionari in euro o in un tinello da middle class anni '50, una mazza da base ball nella stanza dei ragazzi, un anello senza castone in una scatola di legno laccato, la scocca rossa di un'auto in un cimitero di auto, un nome di donna tatuato sul bicipite di un belloccio prestante.
Sono passati quasi cinquant'anni da quando frequentai il corso dopolavoristico; il mio giovane insegnante di sceneggiatura, sempre che non riposi all'ombra di un cipresso alto e schietto, sarà impegnato a distribuire i soliti oboli in cambio di affetto a nipoti festanti e onnipotenti in virtù di un pugno d'anni di vita vissuta.
In ogni caso, non ho da render conto a lui né ad altri se la Madonna del Latte di madre Florentine, manufatto prezioso e certamente di grande valore pecuniario che farebbe gola a molti, rimarrà sempre al suo posto, appesa alla parete dietro la scrivania della monaca. Non si farà protagonista della vicenda, oppure si: l'importante è che questa non sia una regola.
Del resto, chi detta queste regole e, soprattutto, perché dovrei essere tenuta a rispettarle?
Perché lo dice il manuale del bravo scrittore?
E chi se ne cale?
Io sono una cattiva scrittrice iperpirettica.
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scrittura e scrittori
venerdì, 07 dicembre 2007
Sedersi una mattina d'inverno al solito tavolino del solito bar e aspettare che arrivino le 8:40.
Noi, insonni e con bassi valori tensivi, disponiamo per diritto divino di più crediti tempo rispetto a chi non ha disturbi del ritmo sonno-veglia.
Frugare dentro il palmare, tra una sorsata di cappuccino con poca schiuma e molto cacao, una di caffè, una di marocchino.
Eh, bisogna accompagnare il tempo che passa con generi di conforto.
E’ qui che sto scrivendo: su questo palmare e in questo bar, alla ricerca del tempo passato e del tempo a venire.
Mentre aspetto il tempo a venire, trovo cento files che dovrei aver già cancellato ma sono sempre qui: c'è perfino lo zio Giommaria.
Io smarrisco tutto, almeno una volta nella vita.
Beh, una volta: si fa per dire.
Che imbarazzo se smarrissi il mio Qtek e qualcuno leggesse i miei appunti prima di restituirmelo.
L’ho già perso due volte e mi è stato sempre restituito: sono certa che chi lo ha trovato non è entrato su word mobil.
Beh, certa: lo spero.
Il palmare è diventato il moleskine della generazione di mezzo, mi dico, mentre le cuffie collegate allo stesso versatile apparecchio mi sparano a palla un'habanera dalla Carmen prima e un Universi Paralleli poi .
Che devo dire?, come nelle letture (non ho mai frequentato una scuola di scrittura creativa, dove ti informano, tra le altre cose, che se non hai letto Shakespeare non conosci le dinamiche del potere), sono autodidatta anche nella musica. Mi piace Bizet e mi piace Bersani, mi piace Mozart ma mi piacciono anche - a me e ai bambini inglesi tra gli otto e gli undici anni - i Green Day.
Mi piace guardare la ggente che entra: uomini con la giacca con gli spacchi prima delle cinque del pomeriggio (ovvove!), donne bionde con una ricrescita corvina di due centimetri (doppio ovvove!!), adolescenti con felpe reclamizzate da tronisti e veline (ovvove all'ennesima potenza!!!).
Se questo sia oziare (e verosimilmente lo è, giacché non faccio niente di produttivo per la società) non è motivo di discussione: non si richiede al lettore il minimo sforzo intellettuale in tal senso.
Sorseggiare cappuccini e guardare le persone che entrano nel bar di M. è produttivo per me.
E anche per M., mi figuro.
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stirpe di gabillonia
lunedì, 26 novembre 2007
Si deve ancora comprendere se l’intrepido utente delle linee aeree – al di là di ciò che ne pensa il mio buon amico e illustre autore de “Il metodo antistronzi”, Robert Sutton – possa dirsi al sicuro non appena metta piede nella struttura aeroportuale.
Robert, col quale intrattengo una fitta corrispondenza di vecchia data, nutre una sconfinata ammirazione per le linee aeree: sostiene che non solo nel suo Paese all’avanguardia su tutto si licenzino i manager valenti, volanti e stronzi ma, meraviglia delle meraviglie, si impedisca all’utente stronzo, che abbia insolentito il più umile dei dipendenti di terra, di salire sugli splendidi aeromobili.
- Mister Sutton, il Suo libro è adorabile e Lei potrebbe essermi di grande aiuto: La prego, prenda in considerazione l’idea di concedermi la Sua Mano.
Risposta a stretto giro di posta:
- Cara Eva, la tua proposta is very sweet e il tuo senso dell’umorismo very nice, but alas, io non ti conosco e my wife Marina nega recisamente il consenso alle nostre nozze. Comunque grazie.
Non m’importa di ciò che pensate: nonostante Bob non abbia più risposto alle mie missive amorose, per me la nostra rimane una lunga e amichevole corrispondenza tra intellettuali.
Ecco la prima, inevitabile e noiosa digressione.
Si diceva, dunque, delle linee aeree nazionali ed estere, e se l’utente pretenzioso – io sono utente pretenziosissimo – debba essere grato agli addetti alla sicurezza oppure denunziare gli stessi presso il più vicino posto di polizia per violazione della privacy e molestie sessuali.
Per motivi di lavoro, nell’arco di qualche settimana, ho avuto modo di soggiornare, anche per diverse ore, in un numero considerevole di aeroporti nazionali ed esteri. Colgo l’occasione, giacché mi trovo qui a transitare, per complimentarmi con alcuni amici e/o conoscenti scrittori blogger (o preferite essere chiamati blogger scrittori?) per la costante presenza dei loro libri presso le librerie aeroportuali del nostro ridente Paese. Di costoro, per pura invidia – poiché dei miei nemmanco l’ombra – non farò neanche il nome, ma solo il cognome: Basetti, Bassini, Lipperini, solo per citarne alcuni. Ma transeat.
Si conclude così la seconda digressione.
Lo ammetto, non sarò mai capace di confezionare quei piccoli post che non stancano il lettore di internet, fulminanti per intelligenza e acume e formalmente perfetti, che attirano il lettore di cui sopra come la cacca le mosche (zzzzZZzzz).
D’altro canto, è notorio, io sono l’avanguardia e al contempo unica rappresentante di quel movimento letterario definito barocco-sardo dai critici letterari di tutto il mondo: e che non si dica, quindi, che lesiniamo sulle parole.
Ma per tornare all’oggetto della discussione, che stento francamente a rammentarmi, vorrei dire della violazione della privacy e delle molestie sessuali a cui viene sottoposto il sempre intrepido viaggiatore, il cui ideale di aeroporto è quello di Olbia - Costa Smeralda: che, si potrebbe dire, racchiude tutta la filosofia politica Veltroniana.
Né troppo grande né troppo piccolo; non provinciale ma elegante e non tanto kitch da potersi definire per ricconi sabaudi ( lui perennemente con la sacca delle mazze da golf a tracolla e lei – datata – leopardata Cavalli e bionda naturale quanto the crow); immerso nella macchia mediterranea ma abbastanza visibile a qualche centinaio di metri dalla super strada.
Insomma: anche questo ma anche quello.
Giustificherò queste mie gravi affermazioni, e prenderò come esempio due aeroporti: quello di Napoli e quello di Filadelfia. In entrambi sono stata sottoposta a violenze morali inaudite; mancavo dalle lontane Americhe dal settembre 2000, mentre era la prima volta che mi recavo a Napoli.
Esperienze devastanti, mi si creda.
Ma di questo, parlerò domani, oppure dopodomani.
Sì, domani scriverò un post veloce e acuto: basta con il barocco-sardo.
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martedì, 01 agosto 2006
L’aula conferenze della clinica universitaria era ancora semivuota.
Il professor Tromboni, direttore della scuola di Cardiologia, era chino sul computer, intento a imprimere il tocco dell’artista alle diapositive della relazione che avrebbe tenuto di lì a poco.
Le stesse erano frutto di notti insonni del suo collaboratore dottor Slappetti, il cui nome non compariva per altro neanche nei titoli di coda.
Ma Slappetti di ciò non si doleva.
Era un giovane medico - dai capelli grigi e della veneranda età di quarantotto anni compiuti -, al quale il perfido Tromboni, circa diciotto anni prima, aveva furbescamente ventilato l’ipotesi di una posizione di ricercatore strutturato nella medesima università.
Slappetti era rimasto nel rude mondo universitario l’unico a credere alla obliqua promessa, e tanta era la sua convinzione che vestiva ancora alla moda degli anni ottanta, suscitando l’ilarità generale nel periglioso ambiente.
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domenica, 21 maggio 2006
Di come la censura diventa propaganda (capillare e a gratis)

La ridente cittadina diventa uno dei pochi capoluoghi di provincia, se non il solo, ad aderire all'appello della Cei. L'unico cinema cittadino, di proprietà dei padri giuseppini, ha cancellato la proiezione del film tratto dal best seller di Dan Brown, fulgido esempio di letteratura da cesso.
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