...Giungeva quindi fino alla Piazza della Solitudine, la piazza dal nome di una bellezza devastante in forte contrasto col luogo insignificante, che non suscitava nel viandante alcuna emozione particolare. Pompeo si sentiva invece a proprio agio nella piazzetta; arrivava lì e si sedeva in una delle antiche panchine di ferro battuto dipinto di verde, le spalle rivolte verso la chiesetta all’interno della quale riposava il sonno eterno della gloria un premio Nobel per la letteratura. Quest’ultimo veniva, a intervalli di tempo regolari, metaforicamente riesumato da una critica letteraria distimica, che per lungo tempo sonnecchiava e all’improvviso e senza mostrare alcuna aura veniva colta da empiti di revisionismo letterario. Dopo anni di silenzio si prendeva, senza apparente causa scatenante, a parlare della gloria locale: per settimane o mesi, ogni giorno e ovunque; nelle scuole, nei salotti letterari, nei circoli degli scacchi e nelle biblioteche comunali tracimavano stentoree parole d’orgoglio, spesso in eccesso rispetto a quelle effettivamente richieste dal caso. Qualsiasi intellettuale, di ogni taglia e levatura, ne parlava allora in termini entusiastici dal podio che estemporaneamente occupava; un fiume di parole veniva allora riversato su il premio Nobel che tutto il mondo c’invidia e ce lo studiano persino nelle università americane o, in alternativa, diventava fuor di dubbio che il premio Nobel può piacere o non piacere, e comunque con Esso dobbiamo fare i conti, perchè la sua arte ha influenzato intere generazioni di scrittori isolani.Insomma, i non estimatori del verismo italiano con screzio isolano erano fregati della grande, per tacere di più d’uno scrittore underground d’ultima generazione, che del premio Nobel non aveva mai letto un fico secco. Accadeva a costoro che dopo le prime dieci pagine di un romanzo qualsiasi del Nobel che tutto il mondo c’invidia venissero colti da sonnolenza incoercibile, di quelle che fanno cadere all’improvviso il mento sul petto e riportano il dormiente alla veglia dopo un tremito di origine cerebellare, che rimette in essere l’equilibrio di quei corpiccioli astenici dedicati alle lettere. Dopo di ché l’intellettuale, così bruscamente riportato alla realtà, si apprestava a riporre con cura il libro accanto all’opera omnia del Nobel che tutto il mondo ci invidia, all’unico scopo di prendere polvere per diversi lustri a venire. La frase ricorrente della critica era quel tuonare e comunque con Esso dobbiamo fare i conti, che suonava terribilmente minaccioso: come se chiunque, per il solo fatto d’esser nato nella cittadina di Mèrulas e si dovesse accingere alla lettura dell’Almanacco dell’Agricoltore o, peggio ancora, a scrivere una lettera a un amico lontano, non avrebbe potuto farlo perché impedito dalla mancata conoscenza delle opere del Nobel, che tutto il mondo ci invidia. I concittadini, ovunque si trovassero e ne parlassero, sembravano contagiati da questa sorta di isteria intellettuale, sia che presenziassero a un’allegra tavolata presso il ristorante “La fata turchina”, sia che sedessero sulle comode poltroncine azzurre della graziosa e vivace biblioteca comunale. Miti cittadini, che svolgessero funzione di docenti presso la Libera Università di Mèrulas o di scopini comunali, e che si trovassero in assembramenti pari o superiori alle tre unità, diventavano feroci critici letterari non appena si rendevano conto che tra essi albergava un traditore che non avesse letto il premio Nobel che tutto il mondo c’invidia, o, non volesse il cielo, che l’avesse letto e non si fosse lasciato andare a lodi sperticate.
In nessuna parte del mondo accadevano cose così singolari come a Mèrulas: non risulta in letteratura che un parigino abbia mai detto “Il naturalismo non è nelle mie corde, non apprezzo Zola”, oppure “Non ho mai letto Zola” e per questo sia stato tacciato di disfattismo e ignoranza crassa o isolato in pubbliche assemblee o convivi privati. Nell’Isola di Pietra non accadeva ciò che era lecito perfino sotto il regno di Luigi Napoleone III, amabilmente ricordato, tra le altre cose, per la soppressione del suffragio universale; accadeva infatti, durante il Secondo Impero, benché il fatto avesse tutta l’aria d’essere solo un tacito accordo tra critici letterari e case editrici per far vendere di più il prodotto stimolando l’attenzione del consumatore, che su un autore ci fossero opinioni diverse a rendere comunque vivace, a volte fin troppo, il dibattito. Sul caso del premio Nobel che ci ha reso famosi nel mondo non esistevano due voci, ce n’era una sola, e questa sembrava non ammettere repliche di sorta. Questo malinteso senso di orgoglio letterario demaniale aveva contagiato persino la stampa isolana, che si preoccupava solamente di trovare foto e documenti inediti, dando per scontato il trito e piatto tributo che si deve al genio, tanto più se si tratta di genio nato da forti lombi mèrulesi. Di tutto questo Pompeo non si curava; il droghiere era fervente ammiratore del premio Nobel che tutto il mondo ci invidia e ne conosceva quasi tutta l’opera, ma per carattere non partecipava al dibattito che si scatenava in occasione di una delle metaforiche riesumazioni periodiche. In questo, sembrava essere il padre naturale di Cosimo, non amando entrambi essere al centro dell’attenzione.
Davanti al suo sguardo si estendeva la vallata di Brasièr, costellata di orti e vigneti attraversati da un sottile nastro d’asfalto simile a un serpente magro in preda a convulsioni, ovvero la vecchia provinciale che portava alle Baronie e poi alle splendide coste orientali. Starsene seduto lì, con il premio Nobel che tutto il mondo ci invidia alle spalle e con verdi vallate che annunciano il mare a separare dal Continente davanti a sé, aveva per Pompeo un potente effetto sedativo sulla sua ansia...






































