L'ematoma sottodurale del turbolento scolaro fu drenato, senza complicanza alcuna, dal primario di Neurochirurgia. Babbo e mamma aspettavano in sala d'attesa credendo d'impazzire. Insieme a essi aspettavano, silenziosi e con un’aria colpevole che non aveva alcun motivo d'essere, gli zii di Angela Mannu. Angela era nota da qualche giorno al popolo scolastico col grazioso nomignolo de s'isconcadora; se ne stava in un angolo della sala, accucciata su una poltroncina che aveva visto tempi migliori. L'aria colpevole l'aveva lasciata tutta agli zii, lei faticava invece a non far trapelare la noia dell'attesa: come tutti i bambini ignorava il concetto di sofferenza cronica e ancor meno aveva idea dell'immensità della morte, pertanto era sicura che Giorgio sarebbe tornato nuovo come prima, vigliacco e prepotente a un tempo.Difatti Giorgio riprese conoscenza poche ore dopo. Babbo e mamma aspettavano trepidanti che la semenza desse segno di non esser rimasto picchiatello in seguito all'incidente. Non appena il ragazzo si riprese ebbero, in effetti, non poche perplessità.
“Dove cazzo sei finita, orfana stronza e stupida? Ti cerco ti trovo ti picchio ti ammazzo e poi ti nascondo e mi dimentico subito dopo doveeee!”
Queste furono le prime parole di Giorgio, di ritorno dal coma.
La minaccia, tradotta molto approssimativamente dalla lingua dei padri ma con il giusto ritmo - l'assenza minacciosa di virgole, uniche transenne immaginarie a contenere un'ira enorme in un corpo così piccolo -, ben rendeva lo stato d'animo del giovane Angheleddu, complice una forte disinibizione causata dall'anestesia generale. Dalla sua bocca tracimarono poi oscenità di cui mamma non sospettava nemmeno che ił piccolo di casa conoscesse. La signora Angheleddu, forte delle sue letture noir - horror (aveva appena letto un romanzo di Blatty, un vero e proprio trattatello colto su stregoneria e possessione diabolica), si aspettò per un attimo che la testa fasciata dell'erede compisse un giro di 360° sul collo spargendo per la stanza asettica vomito e volgarità in aramaico antico o lingua morta similare in egual misura.
L'infermiere di turno, ormai alle soglie del pensionamento e ricco d'esperienza, rimase fortemente colpito dalla reazione del piccolo. Senza aspettare l'ordine del dottorino di turno - che in seguito si disse comunque in accordo con la terapia praticata - sparò mezza fiala di diazepam nella vena del piccolo indemoniato.
“Forse è meglio che andiate, Giorgio non sta ancora bene”, disse diplomaticamente il signor Angheleddu agli zii di Angela, impietriti ai piedi del letto del piccolo degente.
Poi, guardando il bel visetto di Angela che faceva capolino dalla porta della camera, sereno come quello di un angelo ignaro dei peccati del mondo, aggiunse “Credo che dovreste portare via la bambina: è ancora troppo presto perché Giorgio la incontri”
“Lei non può immaginare il nostro dispiacere per quello che è successo. Angela sarà punita molto severamente. Bisogna correggerli da piccoli”, fece lo zio di Angela, sinceramente addolorato e preoccupato, dopo ciò che aveva visto, per la sanità mentale del piccolo.
“Sono bambini, professore” rispose il padre della parte lesa, “Non sono responsabili di quello che fanno, e indipendentemente da ciò che noi insegniamo loro, possono cacciarsi nei guai”. Del resto, egli stesso ne era un fulgido esempio: il macellaio aveva le sue linee guida di comportamento – che credeva ingenuamente di aver trasmesso ai figli - e fortunatamente una di queste asseriva che gli adulti non sono responsabili di ciò che fanno i bambini. Giorgio, nonostante l'educazione impartita, si era battuto con una bambina, per sovraccarico più piccola di lui. E con questo aveva infranto due regole. Senza sottovalutare che ne era uscito perdente, con la testa rotta e con la fama del cacasotto. Ma di questo ne avrebbero parlato, padre e figlio, a guarigione completa di quest'ultimo.
“Signor Angheleddu... di qualsiasi cosa abbiate bisogno... noi non sappiamo che dire. Il vostro atteggiamento ci tranquillizza e ci confonde, aspettiamo che Giorgio guarisca e vi siamo sempre vicini”.
Nonostante la situazione oggettivamente difficile, il professor Mannu e sua moglie erano molto sollevati dall'atteggiamento contenuto e civile dei genitori di Giorgio. Si apprestavano ad accomiatarsi quando si levo una specie di ululato dal letto dell'infermo.
"E 'l'anestesia...", disse il dottorino, sorpreso.
"E' l'anestesia...", disse l'infermiere, sorpreso.
"Tocchìdoooooooooo...", continuava a ululare Giorgio, con meno energie di prima per via del Valium e intervallando la parola con profondi sospiri.
Il concetto, che in un primo momento sembrava essere espresso in giapponese corrente, altro non era che una terribile minaccia nella lingua dei padri, che tutti i presenti compresero sebbene facessero le viste dell’esatto contrario.
“Su, è meglio che andiate, adesso…”, sollecitò il padre.
Angela entrò invece lieve come una farfalla nella stanza, si sollevò sulla punta dei piedi e baciò lievemente Giorgio sulla bocca.
“Guarisci presto Giorgio, a scuola ti aspettiamo tutti: non vediamo l'ora che tu ritorni. Davvero”
Gli adulti si commossero per il gesto di Angela; il sollievo divenne quasi tangibile, abbellito da inutili sovrastrutture, occhi lucidi e rapidi pensieri di pace nel mondo.
Giorgio smise all'improvviso di agitarsi, e al di là del dolore e della sedazione, lesse la frase per ciò che in realtà era : una minaccia, non urlata, e pertanto più temibile.






































