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Di mantidi in cattività e di codici aviti | Eva Carriego



giovedì, 01 maggio 2008
La MemoriaL'incontro tra Rossana Altieri e Angela Mannu fu a dir poco tempestoso. Nessuna delle due voleva stare nello stesso banco insieme all'altra. Angela avrebbe desiderato continuare a frequentare la scuola pubblica; Rossana, dal canto suo, non voleva rinunciare a Marcella, il suo piccolo luogotenente di provata fede. Il cortile ampio e polveroso della scuola del quartiere Santa Croce, situato nella parte alta della città, permetteva agevolmente scontri tra bande rivali in miniatura. I guerrieri si gettavano l'un contro l'altro a testa bassa come torelli giovani, le narici dilatate e sbuffanti e la testa ricoperta di sudore giovane. Era, quell'odore, inconfondibile: di bambino iperattivo, a metà strada tra l'afrore di un nido appena allietato dalla nascita di passerotti e il profumo dell'acqua di colonia che mani di mamma aspergono generosamente sulle teste infantili. I muri dipinti di giallo paglierino delle grandi pareti della scuola pubblica portavano scritti messaggi di guerra. Uno di questi, per l'esattezza Angheleddu morirai, era stato la causa dell'allontanamento di Angela dalla scuola.
Giorgio Angheleddu, quarta elementare, aveva già un accenno di peluria sul labbro superiore e sopraccigli pericolosamente propensi a congiungersi tramite le loro estremità mediali già in età prepubere. Il ragazzo era erede della rinomata macelleria "Angheleddu e F.lli, dal produttore al consumatore". Il padre e gli zii di Giorgio vivevano una realtà a cavallo tra la città e l'ambiente pastorale. Benché gli allevamenti di ovini e suini di cui erano proprietari fossero moderni e in regolala con le numerose norme igienico sanitarie che erano tenuti a rispettare, tutti gli Angheleddu maschi perpetuavano quel complesso codice di regole di vita ereditato da avi nullatenenti e abigeatari prima e allevatori abbienti e distributori all'ingresso e al dettaglio in seguito.
Autrice di quella scritta sul muro della scuola era Angela Mannu: Angela dal tratto deciso, che aveva scritto la A di Angheleddu grande come un ombrellone e il resto del nome con i ghirigori della sua scrittura bambina, inconfondibile agli insegnanti e al direttore didattico. Angheleddu morirai era stato scritto da una mano ferma, rosea e paffuta in un tardo pomeriggio nel cortile di terra rossa della scuola desertica. Anche Giorgio aveva impiegato un battito di ciglia a individuare l'autore della scritta, e la giovane età lo induceva ad applicare il codice dei suoi avi adeguandolo ai tempi. I balenteddi del calibro di Giorgio, per motivi di immaturità ormonale, e che a ogni modo niente avevano a che vedere col neo femminismo applicato alla seconda infanzia, estendevano il codice anche alle fanciulle senza pensarci su due volte. Va detto, a onor del vero, che se gli Angheleddu adulti avessero solo sospettato il qui pro quo del virgulto di casa, ne sarebbero rimasti inorriditi: le donne e i gli uomini fisicamente inferiori non si toccano, e nemmeno, da essi, si accettano le sfide. Rifiutarle sarebbe stato segno di superiorità non solo fisica ma anche morale, e ciò avrebbe accresciuto il prestigio dell’offeso, catalogando immediatamente l’offensore nella categoria delle nullità. Avrebbero comunque impedito quella sequenza di eventi che solo per caso non si era trasformata in tragedia. Ma, per i motivi di cui s'è detto e per via della loro intrinseca muscolarità mentale, i bambini sono esenti da tutti questi rituali che regolano il comportamento degli adulti. Pertanto Giorgio Angheleddu aspettava pazientemente che squillasse la campanella dell'ultima ora di quella tarda mattinata di un novembre pallido. Aspettava, il balenteddu di dieci anni, che la sua mortale nemica di otto anni uscisse dalla scuola per affrontarla in singolar tenzone. Eppure non era sempre stato così. Un tempo che sembrava lontanissimo (ma lontanissimo nella mente dei bambini potrebbe equivalere a una settimana fa) Giorgio e Angela erano stati compagni di giochi e tra loro c'era stata complicità. Entrambi amavano catturare le lucertole e le coccinelle, che riponevano dentro barattoli di vetro affinché i loro occhi curiosi ne potessero studiare il comportamento in cattività. Accadeva sempre, nonostante le cure e le energie profuse, che la livrea delle lucertole diventasse di un verde sempre meno brillante, via via più scuro, fino a far assomigliare gli animaletti a foglie rinsecchite e finalmente fargli rendere l'anima, o chi per essa, al dio degli rettili. Le coccinelle invece iniziavano a colare un liquido arancione dopo essersi trasformate in enfi bottoni brunastri, suscitando espressioni di sorpresa sempre nuove, nonostante la scena fosse stata vissuta innumerevoli volte dai due entomologi in erba. Fu proprio a causa dell'amore per la scienza che l'amicizia si ruppe. In seguito a una discussione circa la proprietà di un barattolo di vetro contenente uno splendido esemplare di mantide religiosa (di dimensioni veramente ragguardevoli) e ciò che rimaneva di un elegante grillo, canterino fino alla notte precedente, Angela e Giorgio ebbero un clamoroso litigio. Si affrontarono in un corpo a corpo nell'arena ufficiale, ovvero il cortile della scuola, all'interno di un cerchio bianco e blu di bambini. La piccola plebe scolastica ululava ora a favore dell'uno ora dell'altra, ma l'incontro finì troppo presto tra la delusione generale. Il ragazzo, forte della sua superiorità fisica contro cui nulla poté l'agilità e la velocità di Angela nello sferrare calci, pugni e graffi, ebbe ben presto la meglio sulla pur battagliera avversaria. Nuvole di polvere rossa incorniciavano i due piccoli gatti selvatici, fino a quando il più robusto Angheleddu non sopraffece Angela, che si trovò spalle a terra con l'ex amico a cavalcioni sulla pancia che le immobilizzava entrambi i polsi, incrociati sopra una testa di capelli ricci e neri.
“Ti arrendi, vero? Dillo che ti arrendi!” le gridò il ragazzino arruffato e trionfante. In quell'istante, che avrebbe ricordato per gli anni a venire, Giorgio esperiva, oltre all'ebbrezza della vittoria, altre sensazioni che ne esasperavano l'aggressività e a cui ancora non sapeva dare un nome. Era evidente che i precoci sommovimenti ormonali non si esprimevano solo con una lieve peluria sul labbro superiore né con sopraccigli già troppo folti e nostalgici che tendevano a diventare un unicum tricotico.
“Allora, scema e cretina, ti arrendi? Chiedimi scusa! Dài, chiedimi scusa e ti lascio libera!”
Una piccola Angela, sporca di polvere mista a sangue per le ferite superficiali che l'attrito con la terra dura procurava alla pelle bambina, gli urlava a sua volta contro e senza paura.
“Ladro e bugiardo! Cacasotto! Quella mantide è mia! E anche quello che rimane del grillo è mio! Li ho acchiappati io, non tu!”
Detto questo distolse lo sguardo rivendicativo da Giorgio e ne rivolse uno assai vendicativo alla plebe scolastica, che seguiva partecipe lo scontro tra i due gladiatori in miniatura.
“Angheleddu è un cacasotto! Ha paura di acchiappare la mantide con le mani! Si schifa, la femminuccia! E anche il grillo, ha paura anche del grillo! L'ho acchiappato io, il grillo: lui ha paura di toccarli, gli animali! Lui, gli animali, li guarda e basta!”
Dalle retrovie di quello che per Giorgio si stava ormai trasformando in un cerchio infernale, si levò, prudente ma abbastanza acuta da poter essere udita dalle folle, una voce bianca di maschietto.
“Ha paura dei grilli? Oh be’, allora chissà che paura gli mettono le pecore di suo padre!”

Alla fine osservazione seguì come un attimo di sospensione del tempo. Giorgio aspettava la reazione dei suoi compagni di scuola, conscio che da questa ne sarebbe uscita illesa o irrimediabilmente danneggiata la sua popolarità, fino ad allora indiscussa, presso le scuole elementari di Santa Croce: come dire il suo mondo. La reazione popolare non si fece aspettare: una risata generale si levò sonora a partire dagli spettatori più dislocati - e pertanto invisibili allo sguardo del balenteddu Giorgio - fino a estendersi a tutta la corolla di bambini bianchi e blu.
Giorgio liberò i polsi di Angela, si alzò e si fece largo con malgarbo tra i suoi compagni con l'intenzione di abbandonare al più presto l'arena. Angela si rimise in piedi a guardare sprezzante l'avversario sconfitto. La vicenda, una banale lite tra bambini, sarebbe finita lì se Giorgio Angheleddu non si fosse voltato mentre percorreva il viale del disonore e non avesse deciso improvvisamente di riversare, lì dov’era e colto da improvvisa incontinenza emotiva, tutta la sua rabbia verso la vera vincitrice dello scontro.
"Tu, tu... Tu sei una brutta... Sei una brutta orfana!"
L'offesa, che più gravi non ce n’erano in quel piccolo mondo e in quel momento, fu recepita da tutti; si fece subito un silenzio carico di aspettativa.
Angela non disse nulla, volse lo sguardo verso il basso e si guardò intorno; poi si chinò e con calma raccolse un ciottolo ben levigato.
Subito dopo il ciottolo raggiunse a velocità più che sostenuta la tempia destra di Giorgio e vi si fermò con un rumore ottuso, come quando si batte su un uovo sodo.
Cadde a terra senza emettere un grido e senza che dalla ferita colasse una goccia di sangue, poi entrò in coma.

 
categorie: viaggi di carta, una sola volta nella vita

Scritto da EvaCarriego alle ore 10:22 | Plink |
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