"Vieni avanti, Rossana. Non aver paura."Rossana, dopo aver bussato alla porta di Madre Florentine e averne ricevuto in risposta un avanti, non si decideva a entrare nello studio della direttrice. E rimaneva così, la piccola mano che impugnava la maniglia d'ottone fino a far diventare le nocche come di cera, il grembiulino vaporoso metà dentro e metà fuori lo studio. Un piedino che calzava una scarpa destra di vernice nera calpestava già il pavimento dello studio; l'altro si trovava ancora nel corridoio, ancora indeciso tra le opzioni “combatti o fuggi”.
"Avanti, Rossana: di che hai paura cara? Vieni a sederti qui, vicino a me", disse Madre Florentine con voce dolce e paziente.
Rossana si chiese se tzia Maria Antonia, la bidella spiona della scuola, avesse già spifferato alle suore che il traffico era ricominciato.
Rossana Altieri possedeva dolciumi e piccoli giocattoli più di qualsiasi altra bambina delle scuole elementari del Sacré Coeur. Le altre allieve ne subivano il fascino in maniera così evidente da non riuscire a trattenersi dall'omaggiare giornalmente la piccola dea, la quale benevolmente accettava petit four di mandorle e innumerevoli pinocchietti e pelouches. Rossana si era circondata di una piccola corte di preferite, completamente allocchite, che ritenevano un onore appartenere alla ristretta cerchia. Costoro la esoneravano dal trasportare la sua cartellina durante il tragitto da casa a scuola e viceversa. Come una piccola principessa la liberavano del paltò col colletto e la martingala di velluto blu sbottonandole con cura ogni singolo bottone, mentre lei stava i piedi a braccia larghe come un cristo in croce. Poi lo appendevano nel suo armadietto, e infine ripiegavano anche la cuffia e la sciarpa di lana morbida e color panna.
La riempivano di baci, baci umidi di bambini. Come lumachine le lasciavano saliva sulle guance, sulla fronte: le stampavano certi bacioni in bocca il cui schiocco, come il rumore di un sasso contro l'altro, faceva vibrare dolorosamente le membrane timpaniche giovani.
Dotata per il disegno, ogni mattina, espletate le normali pratiche giornaliere di servaggio consenziente, Rossana toglieva fuori dalla sua cartella un disegno, eseguito a cera su carta di Fabriano: ora un fiore, ora un albero, ora una sirena, ma ogni foglio era sempre un'esplosione di colori. Era il segnale: le piccole possedute cadevano in una sorta di delirio collettivo, e prendevano a baciare ora il foglio di carta di Fabriano, ora le guance rosee e tonde di Rossana. Rossana odiava il contatto fisico con chiunque, ma quello era il dazio da pagare: le tasche del suo grembiulino, tra un bacio e l'altro, si riempivano di animaletti di legno, di burattini di cartapesta con le articolazioni snodate, di mandorle glassate e di stelline di marzapane. L'inesperienza dovuta alla giovane età - era completamente incapace di gestire l'entusiasmo ai limiti del deliquio che suscitava nelle folle in miniatura - allertarono ben presto le occhiute suorine del Sacré Coeur, che ritennero opportuno convocare i genitori. Suo padre fu particolarmente severo con lei, e questo la fece molto soffrire.
“Bambina, hai una grande dote: sai farti ascoltare dagli altri. Ma la stai utilizzando nel modo sbagliato”, le disse il dottor Altieri.
“Perché, babbo? A me piacciono i dolci e i giocattoli!”
“Non puoi averli in questo modo, bambina: non ti appartengono e, soprattutto, non fai nulla per meritarli”, le rispose saggiamente il padre.
“Non faccio nulla? Mi faccio portare la borsa fino a casa! Mi faccio appendere il capotto nel mio armadietto! Questo è nulla, babbo?”
Madre Florentine sbiancò in volto; il dottor Altieri iniziò a chiedersi che razza di serpe si stesse allevando in seno; la signora Altieri continuò a pensare alla settimana bianca che l'aspettava nella loro casa di Monte Lughente.
Il bel volto di Rossana diventava cianotico mentre continuava a gridare.
“Non faccio nulla? Non faccio nulla, quindi? Mi baciano in continuazione, mi baciano sempre! Mi fa proprio schifo essere baciata, davvero: ma loro mi baciano! Mi baciano sempre!”, ripeteva ormai prossima al pianto isterico senza lacrime.
Madre Florentine la prese per le spalle e avvicinò il suo volto a quello di Rossana. I lineamenti della suora sembravano più sottili e definiti che mai, il volto senza età e gli occhi dall'iride bionda striata di pagliuzze color rame cercavano l'attenzione della bambina.
“Questa storia deve finire, Rossana, da questo momento in poi. Se verrò a sapere che hai accettato un giocattolo o un dolce da una sola bambina, sarai punita severamente”
Rossana aveva gli occhi bassi, invano Madre Florentine cercava di fissarli nei suoi.
Suo padre pensava di essere ancora in tempo a raddrizzare il giovane virgulto che già si piegava ai venti della vanità e della voracità, e ringraziava il cielo d'essere incappato nelle suorine.
Sua madre guardava l'orologio timorosa di far tardi all'appuntamento con la pettinatrice e pensava di non poterne oltre di tutte quelle storie per un affare di bambine trattato alla stregua di un affare di Stato.
Ebbe modo di constatare, negli anni a venire, di aver sottovalutato la faccenda.
“Guardami negli occhi, bambina”, disse Madre Florentine a Rossana, che scegliendo la tattica della resistenza passiva era morbida e come un peso morto tra le braccia della suora.
“Prometti, avanti”, insisteva quest'ultima con pazienza.
“Loro sono contente così! Loro sono contente così! " prese a gridare la bambina, e fu una scoperta quanto fiato riuscisse a uscire da quella graziosa bocca di rosa. I genitori la guardavano impietriti dalla sorpresa.
Madre Florentine osservò per un po' il faringe e due tonsille immuni da infezioni, poi colpì con uno schiaffo Rossana, che immediatamente smise di urlare. Finalmente le loro iridi si incontrarono, si fusero in un attimo all'acme della tempesta, e si capirono immediatamente.
Il lungo silenzio che seguì disse molte cose; il dottor Altieri e signora non ritennero opportuno interromperlo.
“Allora, bambina, cosa decidi? Rimarrai ancora a lungo sulla porta o entrerai prima che suoni il campanello di fine lezione: approssimativamente, diciamo, tra 25 minuti?”
Rossana non capiva Madre Florentine, diceva delle cose senza senso. Non giungeva subito allo scopo, prima aveva la necessità di utilizzare un sacco di parole inutili; lei, invece, amava le persone semplici, le cui intenzioni erano chiare come la cima di Monte Lughente in una giornata azzurra d'estate. Nutriva, verso la suora, una sorta di timore reverenziale: ne sentiva istintivamente l’autorità che emanava dalla sua persona. Madre Florentine era alta e magra; portava, come tutte le consorelle del suo ordine, un abito viola ricoperto da uno scapolare e un mantello color cenere, allo stesso modo dei frati domenicani. L'abito copriva la gamba fino a metà del polpaccio, ricoperto da calze spesse di un color viola più scuro dell'abito; il capo era invece ricoperto da un velo dello stesso color cenere dello scapolare, e tutte calzavano gli stessi mocassini neri senza tacco.
Madre Florentine era di una bellezza atletica e senza età, fuori dai canoni per il suo tempo di curve morbide e spalle cadenti occultate da tailleur con spalline imbottite per supplire a cingoli muscolari deboli, dovuti alla mancanza d'esercizio fisico delle donne della sua generazione. Florentine aveva vissuto la sua giovinezza in una vallata attraversata da un fiume che sembrava non finire mai, disseminata di castelli di fate e principesse, dove poteva scegliere se cavalcare uno dei cavalli del maneggio oppure allenarsi in uno dei numerosi campi da tennis della proprietà di suo padre.
Rossana scambiava questa diversità per bruttezza, e una chiazza di vitiligine dalla curiosa forma di pipistrello, che occupava il centro della fronte della monaca, contribuiva a rinsaldare le certezze della bambina: Madre Florentine era cattiva e fortissima, e lei avrebbe fatto bene a non contrariarla.
Finalmente Rossana si sedette su una sedia dallo scheletro di legno, imbottita e ricoperta di un tessuto rosso e lucente, come damascato. Guardò, in attesa, la direttrice che sedeva dall'altro lato di una scrivania dal piano di cristallo che sembrava grandissima.
“L'anno scolastico è ormai iniziato da tempo, ma tu sei la prima a sapere che presto arriverà una bambina nuova. Una bambina che sarà nella tua classe"
Rossana si sentì, senza sapere perché, privilegiata per essere venuta a conoscenza della notizia riservata. Assunse la posizione d'ascolto molto interessato: collo teso in avanti e palpebre che sbattevano sugli occhioni verdi tre volte più velocemente che in condizioni di norma.
“E' una bambina che viene da un'altra scuola. Sai, lì non stava bene: non andava d'accordo con nessuno, e tutti pensavano che fosse cattiva. Così lei picchiava le sue compagne, e questo, certamente peggiorava le cose...”
All'improvviso, Rossana vide Marcella, la sua fedele scudiera e compagna di banco, che teneva la complessa contabilità dei dolci e dei giocattoli, svanire nel nulla.
“No, Madre! Perché io? Voglio Marcella, non mi cambi di banco, per favore, non voglio “la nuova”! Non la voglio!”, l'interruppe Rossana che, sempre a causa della giovane età, difettava di qualsivoglia strumento diplomatico.
Madre Florentine, come se non l'avesse udita, prese a raccontare la triste storia della “nuova”, rimasta orfana di entrambi i genitori in seguito a un incidente d'auto sei mesi prima, e affidata a zii affettuosi che avrebbero voluto il meglio per lei. Per questo avevano deciso di levarla dalla scuola pubblica e inserirla nel Sacré Coeur, dove erano certi che Angela, questo era il nome della “nuova” avrebbe trovato delle bambine pronte a fare amicizia con la povera orfana. E lei, Rossana, avrebbe dovuto essere fiera di essere stata scelta dalla direttrice come compagna di banco di Angela, che in quel momento aveva tanto bisogno di affetto e comprensione. E forse, di essere anche difesa dalla diffidenza e dall'ostilità delle altre bambine: chi meglio di lei avrebbe potuto fare in modo di far accettare Angela dalle altre bambine?
Fu allora che Rossana ebbe contezza del suo senso per il vento. Capì in un attimo che Madre Florentine la stava incastrando, sorda a ogni protesta, in un'amicizia faticosa e impegnativa; intuì nello stesso breve lasso di tempo, che la “nuova” avrebbe in qualche modo, che sentiva ancora sfumato e impreciso, ritornarle utile. Appesa alla parete sopra il capo di Madre Florentine, per quanto fosse più appropriata un'immagine del Cristo che proteggeva con mani delicate poste a coppa a proteggere il suo sacro cuore sanguinante per i peccati degli uomini circondato da due giri di filo spinato, si trovava una miniatura della Madonna del Latte non incappato nelle cesoie della Controriforma.
Rossana si era distratta subito dopo aver appreso la notizia dell'incidente stradale in cui erano morti i genitori di Angela; si perse a ringraziare la madonnina con la tetta di fuori perché il suo babbo e la sua mamma erano ancora vivi e pronti a dispensarle amore. Poi si concentrò, come tutte le volte che per vari motivi veniva ammessa in presidenza, sulla miniatura posta sopra il capo di Florentine. Il velo color cenere che copriva i capelli di madre Florentine era sovrastato da una corona multicolore di rosso, arancio, giallo, verde, blu, indaco e violetto. Un raggio di luce solare aveva oltrepassato le ante di vetro dell’armadio che la monaca teneva sempre chiuso a chiave e conteneva molti oggetti sconosciuti, tra i quali un preziosissimo microscopio italiano in argento del XVIII secolo e un becco Bunsen del XIX secolo, quest’ultimo perfettamente funzionante: che se solo madre Florentine lo avesse riempito di gas illuminante avrebbe dimostrato la discontinuità degli spettri in diverse sostanze incandescenti. Rossella era sempre sul punto di chiedere a cosa servissero quegli oggetti strampalati; poi, per un motivo o per l’altro, se ne dimenticava sempre. Lo spettro solare, che attraverso una delle facce inclinate del prisma di cristallo si era disposto sulla fronte di Madre Florentine come una corona di diamanti, impressionava la bambina certamente più della scomposizione della luce bianca, e Newton e Bunsen non poteva competere con gli gnomi e le loro pentole da cui, lo sanno tutti, provengono i colori dell’arcobaleno.
A ogni modo, quella Madonna del Latte apparteneva alla famiglia di Madre Florentine da più tempo di quanto lei stessa potesse ricordare: bottino di qualche suo antenato che durante il basso medioevo aveva saccheggiato una delle numerose signorie o principati che costellavano un paese che sarebbe diventato Paese oltre cinquecento anni dopo. Il volto inespressivo della vergine, vestita come una gran dama, guardava davanti a sé, verso un punto imprecisato. La mano sinistra dalle dita grassoccie teneva un seno destro che compariva, come dal nulla, tra quella ricchezza di tessuti di broccato ricamati d'oro. Ordinatissimo seno, piccolo seno, elegante seno, asessuato così come si confà alla sposa di Dio: non sgualciva con una sola piegolina quegli abiti cerimoniali della madre del Salvatore. Il Salvatore , a sua volta, guardava Rossana con due occhi piccoli che la dicevano lunga su quel seno che dispensava latte e miele e che liberava dal bisogno. Il Bambinello, che aveva visibilmente in disprezzo la prospettiva, aveva un volto di adulto su un corpo di nano dal busto lungo e dagli arti corti e robusti. Con una mano piccola posata lievemente sul seno materno, come ad attestarne la proprietà indiscussa, si trovava decisamente in primo piano rispetto alla Vergine e ad altri parenti in primo grado vestiti altrettanto elegantemente, come Giovanni Battista, quasi coetaneo del re del mondo, e sant'Agnese o sant’Anna.
Era lui il proprietario di latte, miele, marionette di cartapesta e stelline di marzapane. Rossana ne fece un modello da seguire, ma vedeva nel nano col viso d'adulto non il bisogno di nutrirsi dell'amore materno né, tantomeno, associava al latte l'elargizione della Grazia al popolo degli Uomini. A Rossana non importava affatto la figura materna della Madonna, egemone e generosa a un tempo; era invece profondamente colpita dal bambino nano, che per qualche virtù a lei ignota, era il destinatario, unico, esclusivo, eletto, di tanta grazia materna, che lo avrebbe per sempre liberato dal bisogno. Un'interpretazione niente affatto evangelica del dipinto, ma più accessibile a una bimba di otto anni che sfruttava al meglio i doni che la natura le aveva generosamente donato.
La miniatura della Madonna del Latte apparteneva, dunque, alla famiglia di Madre Florentine prima ancora che lei stessa diventasse discendente diretta di una delle sorelle di Napoleone Bonaparte. Un notabile francese di scarsa importanza ma di grande iniziativa, al seguito del signore di Nogaret, inviato di Filippo IV di Francia presso Bonifacio VIII nella sua dimora di Anagni, approffittò della debolezza di quest'ultimo in seguito alla storica offesa dello sganassone col guanto di ferro. Il Papa si beccò lo storico sganassone dal cancelliere reale per via di certe divergenze di vedute circa il potere temporale della chiesa, e l’avo intraprendente di Florentine approfittò del momento di debolezza per alleggerirlo del dipinto in questione. La corte del Pontefice non ritenne opportuno lamentarsi della scortesia, probabilmente il momento politico sarebbe divenuto più greve in seguito ad accuse che sarebbero state certamente negate. Si disse, in seguito, benché la notizia non compaia in alcun libro di storia, che Bonifacio VIII morì di crepacuore non tanto per l'offesa dovuta allo sganassone, tanto per la scomparsa dai suoi appartamenti privati del palazzo di Anagni del prezioso dipinto della Madonna del Latte.
Madre Florentine, quale che fosse la provenienza della preziosa proprietà di famiglia, che del resto ignorava completamente, chiese per sé il dipinto non appena fu folgorata dal dono della fede, benché si trovasse allora alla Sorbona a studiare Fisica e Chimica, e non sulla via di Damasco, come sarebbe stato più appropriato per il solenne momento. Decise in un sospiro, in un maggio francese bollente a cui partecipava con convinzione e che sconvolgeva allora tutto il Paese, che la sua vita era altrove.
Lasciò suo padre e il mondo in rivolta, alla quale aveva in un primo momento aderito entusiasticamente, per entrare nell'ordine delle suore del Sacré Coeur. Lasciò suo padre sommerso da una montagna d'aspettative deluse e con il cuore spezzato di genitore di figlia unica e amatissima. Perché i genitori sono così: amano i figli fino a sacrificare la loro vita, senza accorgersi che la loro vita la sacrificano comunque: sprecando energie, ogni giorno, allo scopo di modificare, quand'anche di non cambiare completamente, le scelte di vita di questi ultimi.
Albéric Chrétien Honoré Florentin di Blanchard Gauthier Arnaud De Bernard Murat ben presto si rese conto che a nulla sarebbero servite lacrime, preghiere, minacce, lusinghe, ricatti affettivi: nulla avrebbe potuto distogliere Florentine dal suo proposito di appartenere all’ordine del Sacré Coeur, dedicato alla preghiera, allo studio e all'educazione di menti giovani e bisognose di sapere.
Se ne andò, lasciando suo padre col cuore spezzato e avendone in cambio la miniatura della Madonna del Latte.




































