giovedì, 15 ottobre 2009
Questa casa non è un albergo.
Quest’albergo non è una casa.
Quest’albergo non è un albergo.
Credo di aver riassunto, in tre brevi frasi, e senza inutile spreco lessicale, le età della vita che finora ho vissuto.
Quest’albergo non è un museo d’arte pop; non è nemmeno un museo d’anvant guarde: a mio modesto e didascalico parere, è un museo d’arte post moderna, qualsiasi cosa significhi arte post moderna.
Antistante l’ingresso tavolini di cristallo e metallo, di varia foggia e misura, e sedie dalle forme più improbabili e colori ‘citamene uno che tanto ce l’ho’.
Via Tortona, vicino ai Navigli e alla enorme e vecchia costruzione tempestata di vecchie vetrate, sala prove della Scala. Un soprano si arrampica ripetutamente su diverse scale, sempre più ripide e rapide.
Accanto ai salotti esterni, un photo studio, equipment rental, post production, events e close the door thank you. Alla reception, onesti, una scritta enorme color arancio su uno specchio a parete avvisa l’utente distratto, che certamente ancora non ha contezza di dove trovasi: Ceci ne pas un hotel. Razza di disgustosi copioni.
La hall è un via vai di creativi; una splendidona monta capelli scuri su un’impalcatura di metallo e coralli. Fasciata da un tubino nero che a malapena le copre le terga, cammina con disinvoltura su scarpe lunghissime dal tacco d’altezze inimmaginabili.
Chi scrive, rosa d’invidia, constata che arriva, stirando bene il collo – con l’effetto pleiotropico di un gradevole ed economico lifting della nonna che la ringiovanisce di circa sei mesi - appena alle terga della bellona di cui sopra.
Sfarfallìo di gioventù d’ambo sessi, mix di profumi gradevoli e, improvvisa, la luce potente di una camera.
C’è la tivù che intervista l’artista post moderna, qualsiasi cosa voglia dire, nella persona della splendi dona tacco 12 con impalcatura tricotica di corallo.
Flash back: ma io sono già stata qui, circa due anni fa. Per via di contingenze sfavorevoli che spesso mi perseguitano, capitai allora nel mezzo di una mostra, dislocata su tutti i piani: così post moderna che un solo passo in avanti l’avrebbe precipitata fragorosamente nel rococò.
Nel mio piano, per un colpo d'insperata fortuna, vennero esposte sculture viventi. Ricordo con una certa nostalgia un serpente sotto vetro che s’agitava addobbato di piume colorate. Ricordo senza nostalgia poltrone assai scomode a forma di giganteschi plum cake. Allora come ora ebbi modo di cadere, non senza una certa eleganza, nel tentativo di sedermi. Questa volta a tradirmi è stato uno spicchio d’aranzia foderato di pelle arancione. A me, Fantozzi, mi fa un baffo.
Prendo a rimpiangere l’albergo da cui arrivo, pacchiano e grandeur ma con le sedie a forma di sedia, seppur bastevolmente barocche.
L’ereditiera dell’albergo con le sedie a forma di sedia, la prima volta che venni qui, mi rese la vita difficile. Presenziò all’evento, quello con i serpenti piumati, accompagnata da un esercito di body guard. Non potevo fare un passo senza che questi ragazzoni vestiti di nero e con bubbone ascellare calibro 45 non mi chiedessero documenti e chiave della mia camera. Il mattino successivo, di nuovo la tivù e i flash a immortalare la biondina dalla facies murina che faceva ciao ciao con la manina.
Così è la vita, per citare.
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giovedì, 24 settembre 2009
Via libera al Senato per lo scudo fiscale, Finocchiaro: "Più onesto il Cartello di Medellin"
Via libera dal Senato al pacchetto di modifiche al dl anticrisi che contiene l'allargamento dello scudo fiscale, con l'inclusione del falso in bilancio. Il Pd in dissenso non ha partecipato al voto, a favore Pdl, Lega, contro hanno votato Udc ed Idv con l'eccezione di Luigi Li Gotti che in dissenso dal gruppo dipietrista non ha partecipato alla votazione. Il provvedimento passa ora alla Camera che lo dovrà approvare entro il 3 ottobre, giorno della scadenza.
«Era più onesto il cartello di Medellin. Si è presentato con i suoi capi, con nome e cognome, al Governo colombiano per offrirgli di far rientrare i capitali dall'estero e aiutare così il bilancio pubblico. Il Governo colombiano non accettò. Ma da noi no. In violazione di tutte le norme si fanno rientrare capitali sulla cui costituzione nessuno indagherà mai e si garantisce l'anonimato», è stato il commento della presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, che ha definito il provvedimento sullo scudo fiscale ampliato «una vera porcata».
Protesta dell'Italia dei Valori nell'Aula del Senato. Una decina i cartelli comparsi fra i banchi dei senatori con slogan alternati: «Governo antitaliano» e «Mafiosi e evasori ringraziano». Il gruppo dell'Italia dei Valori contesta in particolare lo scudo fiscale allargato.
«Nessun commento. Quando mi sarà trasmesso il testo da promulgare, approvato dal Parlamento, valuterò le eventuali novità », ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano in merito alla norma appena approvata.
Il Pd si è intanto rivolto alla Commissione europea perché verifichi la compatibilità del disegno di legge sullo scudo fiscale con la normativa Ue. L'eurodeputato del Pd Gianluca Susta, vicepresidente del gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo e membro della Commissione europarlamentare Affari economici e monetari, ha presentato un'interrogazione all'esecutivo comunitario. In particolare Susta sottolinea che il dl in esame assicura «un elevato grado di segretezza, essendo preclusa espressamente la possibilità per l'amministrazione finanziaria di venire a conoscenza di dati e notizie relative all'attività oggetto di emersione». E rileva che la normativa «si configura come un'amnistia surrettizia di alcuni reati fiscali e valutari, tra i quali il falso in bilancio e la falsa dichiarazione». In questo contesto, Susta chiede a Bruxelles di verificare se l'Italia «venga meno agli obblighi comunitari di cooperazione e scambio di informazioni nella lotta antifrode fiscale»; se «la normativa in approvazione al Parlamento italiano, contenuta nel DL succitato, indebolisca l'efficacia dello strumento di 'risk analysis' concordato in sede internazionale»; se «la normativa in oggetto, che un'iniziativa parlamentare intende estendere anche al falso in bilancio e alle false dichiarazioni, non si sostanzi in una non sanzionabilità, nè amministrativamente nè penalmente, di forme di evasione dell'Iva con un indiretto svantaggio per il bilancio comunitario».
23 settembre 2009
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venerdì, 11 settembre 2009
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giovedì, 03 settembre 2009
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tigri di carta
domenica, 30 agosto 2009
“Ma niente affatto, caro ragioniere, insisto: lei si sbaglia!”
“Non mi offenda, caro Caboni, lei mette in dubbio la mia parola e, cosa parimenti importante, la mia professionalità… saprò bene fare i conti, io!”
Una risata generale accolse la schermaglia verbale, che da un pezzo durava infiorettata di inutili abbellimenti verbali, tra il ragionier Bellini e il signor Caboni, rispettivamente capo della contabilità e addetto ai rapporti col pubblico della solida società di Assicurazioni “Sardavita”.
Caboni sollevò il suo bicchiere, pieno di vino rosso dalle caratteristiche di un buco nero, giacché se attraversato da un raggio di luce se l’inghiottiva senza lasciarsi attraversare, e assunse un’aria assai pensierosa.
“Lungi da me, ragioniere colendissimo, solo l’idea di avanzare dubbi sul suo riconosciuto talento contabile (e su altri talenti meno noti al popolo sovrano) – qui di nuovo il concionare fu interrotto da risa e schiamazzi, giacché il popolo sovrano era invece a conoscenza della fama di tombeur de femmes del colendissimo – “Purtuttavia mi spiace contraddirla, lei mi ha superato di una misura: pertanto spetta a me pagare questo giro”, concluse il Caboni, come a chiudere la questione del pagamento dell’ennesima bicchierata.
Quindi tracannò in unica presa il contenuto del suo bicchiere, lo sollevò di nuovo, ed esclamando “Alla salute di tutta la compagnia!”, lo posò senza misurare le proprie forze – complice l’ottundimento alcolico – sul bancone del bar di Barbarina Mereu. Il bicchiere andò in frantumi spargendo cocci da una parte e dall’altra del bancone contribuendo, quand’anche fosse possibile, a far lievitare l’allegria di quella compagnia di lavoratori di concetto. Il geometra Marras, del vicino ufficio del catasto, esplose in un applauso sentito, e ognuno dei valenti si sentì subito in obbligo, tra un evviva e un bis, di scambiare auguri di salute e lunga vita con il proprio vicino.
“Barbarina, suvvia, non si adombri per l’incidente: il danno le verrà risarcito interamente, così come costuma tra persone civili. Non si preoccupi, cara signora, noi tutti sappiamo quanto lei sia attaccata alla proprietà: come è giusto che sia, d’altra parte…” disse il geometra Marras.
L’attaccamento alle cose terrene, quando non la vera e propria avarizia dei sentimenti di Barbarina Mereu, era notoria ubiquitariamente, fino a venir presa ad esempio dai concittadini. Avaro come Barbarina Mereu: non è da tutti, in specie se si è ancora in vita, entrare a far parte del linguaggio comune.
Eppure, del generale riconoscimento, del quale era a perfetta conoscenza, Barbarina non era punto lusingata. Aveva l’aspetto della sua bisnonna: pur essendo relativamente giovane - non avendo ancora varcato la soglia dei cinquant’anni - sembrava una vecchia sul punto d’implodere. Alta e segaligna, vestita alla maniera rustica e con i capelli corvini raccolti sulla sommità del capo in una treccia spessa quanto una coda di topo, sembrava che le sue rughe precoci, invece di seguire la gravità, cercassero di sprofondare all’interno del suo viso, come volesse tenere anche quelle solo per sé. Aveva da anni in corso un contenzioso con l’anziano padre, che occupava un piccolo appartamento nella via Majore. Il vecchio Mereu, assai poco saggiamente, essendo ipocondriaco e ritenendosi alle soglie della vita piuttosto in anticipo sui tempi, le aveva intestato tutti i suoi beni, tra i quali l’oggetto del contendere.
La figlia beneficiata, all’erta come un gatto silvestre sui movimenti del mercato immobiliare cittadino, avrebbe voluto cacciare il vecchio genitore dalla casa, che avrebbe venduto a prezzo esorbitante una volta ristrutturata, senza neanche farsi carico dello sciagurato: era sua intenzione metterlo in un ospizio pubblico in un paese a poche decine di chilometri da Mèrulas, in modo da evitarsi perfino l’onere di visite troppo frequenti, poiché la benzina non te la danno a gratis et amore dei.
La compagnia, solita frequentare il bar di Barbarina all’ora del caffè e dell’aperitivo, in quel giorno di neve si trovava ancora a discutere di politica, filosofia e di corna del vicino di casa che già era pomeriggio inoltrato, tamponando l’alcol con fette di prosciuto e formaggio adagiate con malgarbo dalle mani della stessa barista su fette di pane casareccio.
Barbarina non ritenne degna di risposta l’osservazione di quel limbudu del geometra Marras e fece le viste di non accorgersi degli ammiccamenti e risatine di quella manica di stupidi beoni: sia perché a tutti quei pidocchiosi si sentiva superiore, giacché tutti insieme non arrivavano a possedere la metà dei suoi beni, sia perché non voleva perdere clienti così affezionati. Era pur vero, infatti, che la rispettabile compagnia era un campione rappresentativo della clientela abituale del bar, composta per lo più da impiegati che indulgevano nel bere e che rappresentavano una fetta significativa delle entrate della barista. I beoni, pur di stare lontani dalle loro case e dalle loro mogli rivendicative e immusonite perché costrette alla vita dignitosa di chi percepisce uno stipendio fisso nonostante le aspirazioni da corte reale inglese, preferivano stazionare da Barbarina anziché scapicollarsi verso il focolare domestico.
A ogni modo, arrivò il momento di concludere i festeggiamenti per la neve, che era stata invero fin troppo onorata, a giudicare dai discorsi sempre più strampalati dei lavoratori di concetto, tenuti con lingue ormai più pezzate di una mucca svizzera.
Barbarina presentò il conto su un foglietto di carta, giacché non era adusa rilasciare scontrino – era una donna d’affari, la nostra, mica un pezzente ragioniere -, che fu consegnato nelle mani del ragionier Bellini. Il quale, per riconoscimento universale, ovvero del suo gruppo di amici di bevute, che nella vicenda di cui si racconta ammontavano a undici unità, era dotato di talento contabile, mai messo in discussione nella città di Mèrulas e, per quanto dato di sapere, neanche nei villaggi viciniori.
“ Barbarina cara” disse il Bellini, “ nel conto risulta esserci un errore, certamente dovuto a distrazione”
“No”, fece Barbarina.
“Ma cara signora” continuò il ragioniere, “Come fa ad essere certa che non vi sia errore se ancora non sa cosa le andrò a contestare? Mi stia a sentire…”
“No”, fece Babarina.
“Eppure, sono certo che se lei avesse la pazienza di intendere le mie ragioni…”
“No”, fece Barbarina.
“Mi corre l’obbligo, mio malgrado, di farle notare che nel suo conto figurano alcune palesi inesattezze…”
“No”, fece Barbarina.
Poi, con l’aria più disinteressata del mondo, afferrò un canovaccio che necessitava di immediata disinfezione, passò dall’altro lato del bancone e prese a spalmare lo sporco dei tavolini con grande perizia. Va detto, ma solo per la cronaca, che abbandonò davanti a una cassa d’ultima generazione – per altro quasi mai utilizzata – e seminascosto dall’espositore di gomme da masticare, un marito silenzioso e inespressivo, a cui sembrava di udire, a dispetto del fatto che avesse ripreso a nevicare, tuoni in lontananza che annunciavano temporale.
“Barbari’, parliamoci chiaro!” esclamò a quel punto il geometra Bellini, “Su questo conto, se vogliamo essere puntigliosi del tutto irregolare, figurano ben dodici bicchieri!”
“Sì”, fece Barbarina.
“Questa è bella! Vuole forse dire che le siamo debitori di dodici bicchieri?”
“Sì”, fece Barbarina.
“Ma noi abbiamo rotto un solo bicchiere… uno solo!”, continuò esasperato il Bellini.
“Sì”, fece Barbarina.
“E allora, per l’amore di Domine Iddio, vorrebbe avere la bontà di spiegarci perché dovremmo pagargliene dodici?”
“Sì”, fece Barbarina, senza smettere di strofinare una superfice sporca con lo straccio bisunto.
Il silenzio carico d’aspettativa, intanto, si era fatto palpabile: perfino i beoni riuscivano a contenere le loro battute all’ingrosso perché incuriositi dalla spiegazione che avrebbe ammannito loro l’esasperante Barbarina.
“ Per tutti i Santi…!” gridò decisamente alterato il ragionier Bellini,“Signora, esigo rispetto: mi dia subito una spiegazione!”
“Concorso di reato”, fece tranquillamente Barbarina che, viste le sue assidue frequentazioni di avvocati e tribunali per via del contenzioso col vecchio padre, aveva qualche vaga conoscenza di termini giuridici.
L’inaspettata risposta fu accolta dagli astanti con risa, fischi e considerazioni fantasiose non riferibili in questa sede.
“Mi assumo io la responsabilità!” esclamò in quella il Caboni, felice della svolta che stava assumendo la vicenda e che prometteva ulteriore divertimento, “ Rivendico, davanti alla signora Barbarina e a tutta l’onorevole compagnia la mia ‘responsabilità individuale’. Tale affermazione, va da sé, fa cadere la precedente accusa di ‘concorso di reato’.”
Quindi aggiunse, con parole stentoree “Io, e io solo sono il responsabile: mi dichiaro colpevole di rottura colposa di bicchiere. Dichiaro altresì la qui presente signora Barbarina responsabile di reato ben più grave: rottura volontaria, incommensurabile e continuata nel tempo, di zebedei!”
L’umore della compagnia era molto alto, tutti presero a complimentarsi per il motto di spirito del Caboni, a cui ne seguirono prontamente degli altri, e ognuno rideva e batteva sulla spalla, in amicizia, al compagno più vicino.
La barista aspettò tranquillamente che l’entusiasmo si portasse a livelli che permettessero alla sua voce di essere udita dai beoni.
“ Concorso di reato. Siete tutti responsabili. Dovete pagarmi un bicchiere a testa. Quindi, dodici bicchieri”, fece Barbarina.
Il ragionier Bellini, in altre circostanze persona estremamente urbana e affatto incline alla violenza, non si rese conto che la sua scorta di pazienza – bruciata dall’alcool – era inequivocabilmente esaurita: finché il suo pugno, come animato di vita propria, non si esibì in un perfetto upper cut.
La barista fu sollevata da terra di qualche centimetro, poi si afflosciò sul pavimento come un sacco vuoto, priva di sensi.
Calò il silenzio, e tutti gli uomini si disposerò in cerchio attorno alla donna, sbigottiti e preoccupati. Il ragionier Bellini intanto iniziava a pensare di se stesso d’essere solo una bestia, indegna di far parte del consorzio umano. Caboni si era già inginocchiato accanto a Barbarina per verificare l’entità del danno, quando la secca barista si levò su un gomito e con l’altra mano prese a massaggiarsi il mento.
Caboni si levò prestamente in piedi, guardò i suoi amici perplessi, mentre il Bellini già si macerava nella vergogna e nel rimorso.
Subitò dopo, senza segni premonitori, si chinò lievemente su Barbarina e prese a contarla.
La contò all’americana, per suo vezzo personale, iniziando dal mignolo della mano destra.
“ Dieci! Nove! Otto! Sette!...”
I compagni lo guardavano muti.
“Tre! Due! Uno!...” con un balzo saltò il corpo ancora disteso della perdente, afferrò per il polso il ragionier Bellini, se lo allineò al fiancò e subito dopo gli sollevò il braccio.
“Dichiaro vincitore del match, per knoc out, il ragionier Belliniiiii!” esclamò quindi l’arbitro improvvisato.
Vincitore e sostenitori abbandonaro il ring tra evviva, risate incontenibili, motti di spirito e complimenti al vincitore, non senza aver lasciato sul bancone una banconota che avrebbe permesso a Barbarina di incassare la sconfitta e, col rimanente, comperarsi un intero servizio di bicchieri.
Va detto, ma solo per la cronaca, che dietro l’espositore di gomme da masticare, un uomo silenzioso e abitualmente inespressivo, portava stampato in volto un sorriso di cui non sarebbe riuscito a liberarsi per diverso tempo.
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domenica, 26 luglio 2009
categorie:
stirpe di gabillonia